mercoledì 27 giugno 2018

“Volver”, il nuovo spettacolo della Compagnia dei Migranti Amunì



Per il secondo anno consecutivo un tema molto attuale come quello dei migranti e della loro identità



Si chiama così, Amunì Volver il nuovo progetto teatrale ideato dal regista e drammaturgo Giuseppe Provinzano, vincitore del bando MigrArti 2018 indetto dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e primo nella graduatoria nazionale.

Si tratta di uno spettacolo – il cui debutto sarà il 5 luglio – che si propone di mettere al centro il tema dei migranti, e con esso le esperienze di vita vissuta che questi ultimi si trovano a vivere. 
La Compagnia di recentissima formazione (appena un anno) raccoglie attori, performer e aspiranti tali di origine africana, asiatica, tunisina, marocchina, irachena, tutti accomunati dall’esperienza migratoria, in forma più o meno pervasiva.

Un progetto che ha accolto nuovi ragazzi migranti, le loro storie e le loro esperienze, incrementando il confronto e il dialogo con stimoli nuovi e sempre diversi; il risultato di un percorso di formazione artistica e di integrazione coadiuvato dagli attori professionisti.

In Volver non è protagonista solo il teatro ma anche la musica, la scenografia, la scenotecnica; esso rappresenta l’occasione di parlare di qualcosa di “vecchio” nel “nuovo” mondo degli sbarchi. Al centro è posta infatti la memoria storica degli italiani costretti a partire nei primi dei Novecento verso terre lontane alla ricerca di un mondo migliore in cui insediarsi, ma c’è anche un chiaro rimando alla situazione dei migranti di oggi.

Un testo quello di Provinzano (già vincitore del premio Dante Cappelletti XI edizione) più che mai attuale (soprattutto alla luce degli eventi accaduti in queste ultime settimane). Ciò che viene messo in risalto sono i punti di contatto tra la storia di questi uomini disagiati e la nostra, quella italiana, vista con gli occhi di giovani donne e uomini che hanno potuto ritrovarvi “parti” di sé, a conferma che le storie di migrazione sono simili in ogni tempo, paese, cultura.

I quattro giorni dedicati all’incontro con il pubblico (dal 4 al 7 luglio, presso lo Spazio Franco dei Cantieri Culturali di Palermo) avranno carattere multidisciplinare e metteranno al centro il teatro, il cinema, la musica, i laboratori e il cibo. Al progetto parteciperanno diverse realtà palermitane impegnate nel mondo del volontariato e del dialogo tra culture, come Moltivolti, Cooperazione Senza Frontiere, The Factory e Palermo Youth Center, il Teatro Biondo di Palermo e molte altre.

Uno spettacolo dunque il cui interesse è quello di mettere al centro la peculiarità e l’unicità di ognuno di questi attori; un'esperienza di eticità e moralità prima ancora che una prova d’attore.






Lavinia Alberti

domenica 27 maggio 2018

Buzzanca a Palermo per girare un nuovo film: “Non toccate questa casa!!!”


Una commedia tra il fantasy e il noir, di cui Manfredi Russo è il coregista




Ore 11 del mattino, giornata afosa e un sole abbagliante. Un uomo in camicia e jeans cammina lungo la riva della tonnara Bordonaro; neanche il tempo dell’arrivo della troupe che alcuni bagnanti riconoscono il soggetto: Lando Buzzanca.

L’attore siciliano in questi ultimi giorni di maggio ha scelto proprio Palermo e in particolare questo fascinoso luogo marino per girare il suo prossimo film intitolato “Non toccate questa casa!!!”.

La prima scena della mattinata è affidata proprio a Buzzanca, nei panni di uomo inquieto e interiormente lacerato, come se qualcosa gli sfuggisse dalle mani. Pochi minuti e via per il secondo ciak; questa volta l’attore palermitano non recita da solo dando le spalle al mare ma dialoga con una donna misteriosa: Francesca della Valle, donna nei confronti della quale mostra un’immediata intesa, tanto da non aver bisogno di rifare la scena. Non così si può dire per i successivi ciak, dal momento che i bagnanti sembrano non essere particolarmente perspicaci nel capire che per poter girare la scena non devono entrare in acqua. Ma le successive scene filano lisce, per fortuna.

Si tratta di una commedia noir e fantasy, scritta dallo sceneggiatore Giuseppe Romano, ambientata tra Bisacquino e Palermo, interpretata e diretta dallo stesso Buzzanca insieme a Manfredi Russo (coregista del lungometraggio). Personaggi centrali del film sono anche Francesca Della Valle (coprotagonista e compagna artistica, oltre che di vita di Buzzanca) e Maria Scicchigno (cantante).

La Direzione della fotografia è stata affidata invece a Pina Mastropietro, mentre l’assistente alla regia è Serena De Marzi, i direttori del suono Roberto Garilli, Seregni Steri e Veronica Randazzo. Il montaggio è stato curato da Davide Pellegrino; i costumi infine sono di Barbara Anselmo.

La storia è quella di Rocco Malfione, un uomo appena uscito dal carcere Ucciardone impelagato in vicende di mafia, di miseria e sentimenti, che troverà una via d’uscita “miracolosa” ai suoi problemi. 

Un lungometraggio di cui il coregista Russo si ritiene soddisfatto. "Per me essere stato chiamato dalla Production Buzzanca Della Valle, quale aiuto regia del Maestro Lando Buzzanca è un grande onore. Lavorare sul set con un Grande Maestro come Lando, ti consente di illuminare i pali degli infiniti viali della conoscenza. Riesce ad infondere la sua Arte partendo da un lavoro di verità del personaggio, è nella parte non soltanto quando da le battute con la voce, ma anche quando le tira fuori dall' anima riflettendole nella sua magnifica maschera. Altamente professionali anche tutte le altre figure tecniche che hanno preso parte a questo progetto".







Lavinia Alberti


domenica 20 maggio 2018

“Liolà”: quando la prosa si trasforma in coralità. Un omaggio al commediografo di Girgenti





Nell’anno del 150esimo dalla nascita di Luigi Pirandello il Teatro Biondo di Palermo non poteva chiudere in modo migliore la Stagione Teatrale 2018: con uno spettacolo dedicato proprio a lui, e lo fa mettendo in scena in modo del tutto originale “Liolà”, commedia campestre in tre atti, come fu definita dallo stesso autore agrigentino.

Si tratta di una narrazione con un taglio inusuale, che fonde perfettamente prosa, musica e movimenti scenici, che sin dalle prime battute è in grado di far “perdere” lo spettatore nella dimensione della finzione scenica, nelle sonorità e nelle varianti dialettali siciliane, interpretate in tutte le loro sfaccettature.

Sono questi gli ingredienti di un’opera che, benché audace da certi punti di vista (si pensi alla scelta di recitare l’intera commedia in dialetto, come anche all’utilizzo di certe coreografie simboliche) risulta nell’insieme abbastanza fedele al testo originale, scritto nel 1916 in dialetto agrigentino.

La commedia, ispirata a un episodio del quarto capitolo del romanzo Il fu Mattia Pascal, racconta le vicende di Liolà, (interpretato da Mario Incudine) un contadino il cui unico scopo sembra essere quello di sedurre e mettere incinta le ragazze delle campagne agrigentine, dei cui figli si fa carico affidandoli alla propria madre. Nel corso della commedia, il giovane contadino di Girgenti ingraviderà fra le altre Tuzza, nipote del ricco Zio Simone (magistralmente interpretato da Moni Ovadia, che funge anche da narratore introducendo la commedia con un breve prologo in lingua italiana); l’anziano possidente, dietro proposta dello stesso Liolà, vorrebbe far credere alla comunità di essere il padre del nascituro per nascondere la propria sterilità, assicurandosi così un erede legittimo della propria roba.

Un gioco raffinato e ben equilibrato di seduzioni e inganni, ma anche di pungenti e filosofiche battute è affidato – in parti che sembrano quasi cucite loro addosso - ai palermitani Paride Benassai nel ruolo di Pauluzzu (personaggio del folle-saggio introdotto dal regista e non presente nella commedia originale), a Rori Quattrocchi nel ruolo di Zà Ninfa, una nonna assai materna e oblativa, a Stefania Blandeburgo in quello di Zà Croce, una madre possessiva e calcolatrice cui importa molto poco la felicità della figlia.

Tali interpretazioni rendono quest’opera estremamente coinvolgente e comica (dai tratti quasi plautini e per certi aspetti verghiani); in questo senso un valore aggiunto e dunque un ruolo fondamentale per la riuscita della commedia ha svolto anche il monologo finale sulla morte scritto e recitato dal già citato Pauluzzu alias Paride Benassai, monologo che il pubblico sembra aver particolarmente apprezzato, forse perché corteggia ma sdrammatizza anche la morte.

Uno spettacolo sensorialmente ed emotivamente coinvolgente, quasi melodrammatico, che va oltre i tradimenti e le rocambolesche avventure di Liolà, oltre la prosa “piatta”, come le figurine da ombre cinesi in cui i personaggi vengono abilmente trasformati e i cui dialoghi diventano arie e recitativi accompagnati dalla musica che domina dall’inizio alla fine.
Degni di menzione sono quindi anche i movimenti scenici e le coreografie, curati da Dario La Ferla e con essi il coro di contadini e popolani interpretato dagli attori e danzatori del Teatro Ditirammu diretto da Elisa Parrinello, per non parlare della direzione musicale, curata da Antonio Vasta.
La commedia è stata definita dallo stesso Ovadia e Incudine “un’opera a tutto tondo, che mescola prosa e musica in una grande favola vicina al mondo dell’opera popolare. Il protagonista rappresenta la vita, il canto, la poesia, il futile ancorché necessario piacere. Lui è l’amore e la morte, il sole e la luna, il canto e il silenzio, il sangue e la ferita, incarna in sé il Don Giovanni di Mozart e il Dioniso della mitologia, governato dall’aria che fa ruotare il suo cervello come un firrialoru, un mulinello. È un uccello di volo, che teme la gabbia e volteggia da un amore all’altro senza mai posarsi troppo a lungo sopra un singolo ramo. Volteggia e canta continuamente, mirando tutti dall’alto, abbracciando, baciando, amoreggiando, sì, ma scansando scaltro le trappole della restrizione”.






Lavinia Alberti



Regia Moni Ovadia e Mario Incudine
Musiche originali Mario Incudine
Sc
ene Mario Incudine
Costumi Elisa Savi
LucFranco Buzzanca
Movimenti scenici e coreografie Dario La Ferla
Direzione musicale Antonio Vasta
Aiuto regista Alessandro Idonea
P
roduzione Teatro Biondo di Palermo in collaborazione con Teatro Garibaldi di Enna / Teatro Regina Margherita di Caltanissetta.



Musici Antonio Vasta (fisarmonica) Antonio Putzu (fiati) Manfredi Tumminello (corde)
Contadini e popolani Compagnia del Teatro Ditirammu diretto da Elisa Parrinello: Noa Blasini, Chiara Bologna, Elvira Maria Camarrone, Valentina Corrao, Francesco Di Giuseppe, Bruno Carlo Di Vita, Mattia Carlo Di Vita, Noa Flandina, Alessandra Ponente, Alessia Quattrocchi, Rita Tolomeo, Pietro Tutone, Fabio Ustica.





giovedì 26 aprile 2018

“Wsk-The Soundtrack”: il palermitano Salvo Ferrara firma la colonna sonora della serie noir


Un lavoro psichedelico e multisensoriale al centro della web serie del mistero, tra il sintetico e gli strumenti reali






< Mi affido alla musica, che parla a tutti e tutto riesce a descrivere, al di là dei recinti immaginari che chiamiamo «generi» […] E’ la materializzazione di questo mood, è la chiave d’interpretazione del mondo contemporaneo che con le mie composizioni cerco di rappresentare nel modo più diretto possibile, senza alcuna preclusione estetica. La musica, come dice Bjork «non è una questione di stili, ma di sincerità'». La sincerità necessaria a mutare le emozioni in un rincorrersi di suoni. Un rischio attraente, forse una sfida da incoscienti >.

Questo il punto di vista del compositore siciliano Salvo Ferrara, che con le sue composizioni – venute fuori tanto da una formazione classica quanto contemporanea - si propone di andare oltre ogni schema preconfezionato e oltre ogni standardizzazione sonora.

Al centro di questa anticonvenzionalità musicale è Wsk-The Soundtrack", suo ultimo lavoro discografico, realizzato in seguito al successo della colonna sonora composta per l’omonimo prodotto cinematografico noir: una web serie dal titolo “Wsk – The Series” diretta dal giovane regista palermitano Alois Previtera e prodotta da Social Movie Production e Poikilia.

Si tratta di un album molto eclettico, in cui si fondono sonorità elettro-grunge ed atmosfere psichedeliche arricchite da cori, pieni orchestrali ed organi liturgici. Diciannove le tracce che lo compongono e cinque le note del tema principale che rimarcano il senso di inquietudine, mistero e suspance del progetto.

Peculiarità dei brani in questione è la continua alternanza di pause e tensioni e di contaminazioni sonore, realizzate attraverso il sovrapporsi di strumenti reali sui contributi elettronici. Un sound finalizzato dunque a ricreare uno specifico mood, in funzione delle immagini, i cui ritmi sono scanditi da drum machines, da timbriche di riempimento e da sequenze mixate, queste ultime arrangiate e prodotte dallo stesso Ferrara, con la collaborazione di Cristiano Nasta.

Già apprezzata in diversi contest internazionali e vincitrice del premio “Best Editing” al Sicily Web Festival del 2017, la serie, ideata e scritta da giovani cineasti siciliani e palermitani in particolare, rappresenta una novità nel panorama cinematografico emergente contemporaneo grazie alla sua carica emotiva, le ambientazioni noir e l'incalzante ritmo narrativo.
Il compositore palermitano collabora ormai da diversi anni con filmmakers, documentaristi di fama e prestigiose istituzioni culturali, tra cui il Museo Salinas di Palermo, per il quale ha di recente composto le musiche di un videoclip per la presentazione della nuova Agorà.
Un progetto che parte dalla Sicilia, che si inserisce nell’anno in cui la città di Palermo diventa Capitale Italiana della Cultura, che sarà destinato per questo ad avere un respiro internazionale.



Lavinia Alberti

domenica 25 marzo 2018

"Bianco Cistite": una fusione di suggestioni poetiche e musicali


5 tracce all’interno del nuovo singolo del cantautore catanese. Tanti i riferimenti letterari.




“Bianco Cistite”. Questo il titolo del nuovo singolo del cantautore catanese Giovanni Ruggieri, contenente cinque tracce (Bianco Cistite, Andalusia, Porpora, Lacrime Elettriche, Irraccontabile) di recentissima uscita (9 marzo).
Si tratta di un artista a tutto tondo. Dopo lo studio del pianoforte in tenera età, negli anni a seguire, durante gli studi classici, comincia ad avvicinarsi al mondo poetico-letterario e musicale, passando da Baudelaire fino ad arrivare ai Doors, mostrando così il suo carattere estremamente eclettico; in età adolescenziale si dedica poi anche alla scrittura di poesie che diverranno funzionali alla stesura di nuove canzoni. Nel giro di pochi anni forma poi la sua prima band dalla quale inizierà il suo effettivo percorso di cantautore. Una volta scioltasi poi, comincia a comporre musica da solista, privilegiando l’utilizzo di chitarre, bassi, versi e parti vocali. Negli anni a seguire si avvicina poi anche al mondo teatrale, iscrivendosi all’INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico) studiando recitazione, canto e dizione. 
Costanti modelli di riferimento per i suoi testi sono autori come Baudelaire, Shakespeare, Pirandello, Leopardi, in grado di suggerire al musicista le atmosfere ed i temi giusti per le sue melodie. 
Ciò che emerge dall’ascolto delle sue canzoni (e in particolare in questo brano, che dà il titolo all’album) sono una serie di elementi: eccesso, coraggio, paura, ironia, divertimento, amore, creatività, notte, luci: concetti antitetici tra loro, tutti essenza del suo animo, della sua creatività d’artista. 
In questo brano - il primo che Ruggieri compone da solista - confluiscono tutte queste componenti, per questo si tratta di un’opera estremamente poliedrica, sia dal punto di vista testuale, sia da quello musicale, le cui sonorità sono a tratti rock a tratti pop (con influssi sperimentali, quasi battiatiani).
Si tratta di un brano nato dalla visione di una scena reale: “una sera – racconta Ruggieri – mentre ero insieme ad alcuni amici osservavo un tipo provarci invano con una ragazza, ho domandato: mi passereste quella bottiglia di vino bianco... Bianco... Bianco Cistite! I ragazzi scoppiarono a ridere e, in quel momento, provai a intonare quello che sarebbe stato proprio il primo verso: sembrò subito piacere moltissimo”. 
In “Bianco Cistite” l’artista utilizza il vino come un simbolo, un espediente portatore di tantissimi significati celati; esso incarna infatti la sete di conoscenza, quella conoscenza capace di elevarci al di là delle piccole cose della vita, di cambiare le circostanze e quindi anche noi stessi. Per il musicista “essere disposti a berlo significa volere essere pre-disposti a volere conoscere, volere conoscere altro, l'altro e quindi, anche se stessi, ma anche qualcos’oltre.”
Il video realizzato da Daniele Gangemi, con la collaborazione della Duecentouno Production, è stato girato nel centro storico di Catania, come si può vedere dalle ampie panoramiche riservate al video. 
Le tematiche prendono liberamente ispirazione dal celebre romanzo di Pirandello “Uno, Nessuno, Centomila” in cui il protagonista scopre, grazie alla moglie, di avere il naso storto. Non avendo mai notato questo dettaglio, entra in un vortice di pensieri che lo conducono alla consapevolezza di non essere per gli altri come egli pensava di essere. 
In altri termini il senso del brano, come ha dichiarato Ruggieri, è che noi “possiamo conoscere solo ciò a cui riusciamo a dare forma, ma scopriamo anche che una forma, appena è-siste, cessa di essere vera e diventa una maschera. Ed è proprio quando vediamo le persone, gli altri, in "forma" credendo di contemplarne anche l'esistenza, che ci inganniamo. Ed ecco che un uomo può essere uno, nessuno e centomila e non solo per gli altri, che per conoscerci devono in-formarci, ossia darci una forma, ma anche per noi stessi che credevamo di essere “uno solo per tutti”; ed invece, poi, ci accorgiamo che siamo e possiamo essere centomila. Dov’è dunque la verità?"
“Bianco Cistite” sembra insomma essere la metafora musicale delle parole di Baudelaire “Ubriacatevi, non importa di cosa, se di vino, di poesia o di virtù, ma ubriacatevi sempre!…”



Lavinia Alberti


Regia: Daniele Gangemi
Testo e musica: Giovanni Ruggieri
Assistente alla regia: Roberta Finocchiaro
Montaggio: Duecentouno Production 
Preproduzione: Riccardo Samperi, Pierpaolo Latina, Giovanni Ruggieri
Produzione esecutiva: Emanuele Diana 
Produzione artistica: Riccardo Samperi 
Trucco: Serena Daminelli
Riprese drone: Luca Barone
Segretaria di edizione: Cristina Cocuzza.
Chitarre: Riccardo Samperi; Basso: Giovanni Ruggieri; Batteria: Antonio Moscato; Backing vocal: Peppe Scalia Sinth e Pierpaolo Latina.

domenica 25 febbraio 2018

"Soul Twister", quando l’antico e il contemporaneo si fondono


 Tante anime all'interno del brano e un misto di stili musicali: classica, popolare, contemporanea e fingerstyle.





Poco più di 4 minuti per essere trasportati verso melodie evocative, ritmi incalzanti, armonie suggestive e pause inaspettate.

Sono questi i quattro tratti peculiari di Soul Twister, neonato brano del Renna Gilè Guitar Duo, formato da Nicolò Renna e Alfredo Gilè, musicisti di formazione classica; si tratta di un duo nato da una precisa esigenza: quella di raccontare frammenti di bellezza universale attraverso la musica.

La ricerca dei due musicisti, ispirata da una conoscenza maturata negli anni, si basa su una sensibilità armonica e melodica che dà vita ad un repertorio il cui equilibrio trova spazio tra le composizioni barocche e brani scritti appositamente per la chitarra.
Peculiarità di Soul Twister consiste nel fatto che esso si basa sul fascino dell’inaspettato.

Il brano in questione è stato scritto infatti di getto, in totale libertà creativa: l’intenzione sin dal suo concepimento infatti, non è quella di creare qualcosa di preciso, ma di emotivo, di libero ed evocativo.

Una traccia dunque dalla genealogia molto particolare. L’idea di questo prodotto musicale nasce infatti all’inizio del mese di gennaio, a scuola, durante le ore di insegnamento di Renna; proprio da lì ha preso forma pian piano la prima “cellula”, che ha dato vita a un misto di stili musicali: classica, popolare, contemporanea e fingerstyle.

Strutturato in modo estremamente dinamico, Soul Twister presenta al suo interno momenti più “giocosi” (nella prima metà del brano) e momenti più “solenni” e meditativi (nella seconda metà dello stesso). Uno stile insomma che fonde magistralmente l’elemento lirico e quello melodico.

Particolarità del videoclip consiste poi nel fatto che esso è interamente costruito nell’intento di “guidare” il fruitore e suscitare in lui visioni e curiosità attraverso i ritmi coinvolgenti degli strumenti a corda.
Un grande impatto emotivo e visivo hanno anche le immagini: sullo sfondo vengono infatti inquadrati paesaggi marini siciliani, resi particolarmente suggestivi grazie al montaggio, realizzato dallo stesso Renna.

Al termine del videoclip vi sono poi i quattro assi, simbolo della massima espressione umana, capaci di vincere su ogni cosa. Il messaggio che Renna e Gilè vogliono trasmettere con queste loro sonorità, appare dunque evidente: “possiamo continuamente evolverci verso ogni cosa ma sta a noi trasformare in qualcosa di unico e duraturo nel tempo le nostre capacità latenti”.













Lavinia Alberti

giovedì 18 gennaio 2018

"Indictus": la prima web serie interamente ambientata in Sicilia, tra i Borghi madoniti


A partire dal 18 gennaio la serie, composta da 7 episodi, sarà visibile sul canale You tube





Luoghi fiabeschi, intrecci di storie legate a uomini ignoti in un contesto che è quello di un meridione di mille anni fa, avvolto nei borghi della Sicilia.
Sono queste le linee guida di Indictus (il non detto), la prima web serie italiana ambientata nel Medioevo e interamente girata nelle Madonie, precisamente nei tre Borghi più Belli d’Italia, Sperlinga, Gangi e Geraci Siculo, insieme a Petralia Sottana, Marsala, Caltavuturo, Caccamo e Pollina. Luoghi pieni di storia, tradizioni e cultura, in passato centro di importanti scambi commerciali nel Mediterraneo, per secoli dimenticati. 
Al centro della serie – articolata in 7 puntate, ciascuna della durata di 10 minuti circa - ci sono lo scontro tra Arabi e Normanni avvenuto nell’XI secolo in Sicilia, le dinamiche politico-religiose che portarono alle Crociate e la leggendaria battaglia di Cerami del 1063, fulcro e origine dello scontro tra Oriente e Occidente, riletti però in chiave moderna.
Indictus è la terra di nessuno, che non appartiene a nessuno, fortemente ambigua: aperta al cambiamento ma al contempo in balìa di conquistatori stranieri. Il titolo infatti, come spiega il regista, rappresenta una chiara volontà di definire, sia in senso negativo che positivo, la terra di Trinacria «La Sicilia è la terra di nessuno: lo è stata storicamente, e lo è ancora. Storicamente è stata un crocevia di popoli, che se la sono sempre contesa. Adesso la Sicilia è ancora la terra di nessuno, sia perché ci si prende delle libertà dal punto di vista politico e sociale, sia perché c’è una convivenza positiva di diversi popoli».

L’idea di questa serie scritta da Marianna Lo Pizzo nasce, a detta di Dinolfo, dalla volontà di far conoscere anche agli stranieri (e ovviamente agli stessi siciliani) la bellezza dei borghi medievali siciliani, unici nel loro genere.  “Le mie radici si sono nutrite del tempo passato nei borghi delle Madonie, luoghi che hanno formato la mia visione del mondo e delle cose, da questa terra ho mosso i primi passi di un viaggio lontano, per imparare e conoscere, sono tornato per realizzare questa mia opera prima narrativa. Un racconto, una storia, un pretesto per far vedere tutta la bellezza disarmante di un territorio che io ho vissuto e molti non conoscono”.
Una serie che non poteva uscire in un periodo migliore; quest’anno infatti Palermo è Capitale Italiana della Cultura, e “Indictus | La Terra è di Nessuno” rappresenta da questo punto di vista un importante tassello: “un’opportunità di presentare una nuova immagine della Sicilia all’estero, un racconto epico leggendario che affonda le radici nella Storia meno nota e che si allontana nettamente dall’idea di una terra dilaniata dalla mafia, per restituire all’Isola il suo passato ricco di storia e di cultura”.
Il punto di forza di questa serie, interamente recitata in italiano e sottotitolata in inglese e arabo, sta proprio nell’interattività: l’utente infatti durante ogni puntata ha la possibilità di scoprire, in qualsiasi momento dello streaming, un frammento di “ciò che non è stato detto”, durante la visione, con digressioni narrative chiamate appunto indictus. 
Grazie a questo connubio di format, regia e fotografia eccellenti, e al tema trattato (lo scontro oriente-occidente, ancora attuale) ci sono tutti gli elementi per poter dire che Indictus sarà una serie web di sicuro impatto e coinvolgimento anche per i più giovani.
La serie pensata e ideata dal giovane regista Francesco Dinolfo, di origini madonite - co-prodotta da IDA e Reverse Agency e realizzata con il sostegno di Sicilia Film Commission nell’ambito del programma “Sensi Contemporanei” - debutterà il 18 gennaio su YouTube. 
Non resta dunque che sintonizzarci sul canale per vivere la magia delle atmosfere medievali, tra duelli, combattimenti, spade e cavalli, castelli medievali e panorami mozzafiato, per ricordarci che la Sicilia è sì oggi una terra dilaniata dalle contraddizioni ma con un passato da crocevia di storia e cultura, ruolo che nonostante tutto oggi continua a rivestire.

Lavinia Alberti