venerdì 1 settembre 2017

"Di istinti e di istanti", un omaggio alla chitarra solista


<Un lavoro eterogeneo, di grande coinvolgimento ritmico, che va dalle contaminazioni pop a quelle latin>



Un titolo estremamente suggestivo quello che ha scelto di dare Luca di Martino al suo primo album come solista: Di istinti e di istanti; si tratta di un disco d'autore interamente dedicato ai repertori per chitarra classica. Dieci brani originali composti ed eseguiti dal chitarrista, registrati e mixati presso l’Own Studio Rec di Isnello (paese siciliano situato nel territorio delle Madonie).
Ascoltando questi brani – frutto di una profonda maturità artistica - si entra in un universo sonoro assai variegato, che ben rispecchia la personalità e lo stile delle precedenti composizioni del chitarrista. Peculiarità di questi repertori, consiste nel fatto che essi presentano una raffinata ricerca ritmica che, brano dopo brano va diventando sempre più coinvolgente, passando così da uno stile più classico a uno via via più contemporaneo; sin dai primi brani si colgono infatti influssi eterogenei e contaminazioni che vanno dal pop al latin. 
La maggior parte delle composizioni dell’album – tutte molto orecchiabili - sono per chitarra sola; altre si presentano invece più “audaci”, e ritmicamente più dinamiche. Stiamo parlando de La danza delle idee e di Frammenti (rispettivamente la prima e l’ultima traccia del disco) nelle quali, alla fascinosa chitarra classica si uniscono le percussioni di Fabrizio Pezzino, capaci di creare suggestioni sonore davvero particolari. 
Ciò che emerge da queste musiche è dunque non solo la ricchezza ritmica, ma anche quella dei titoli scelti per le stesse. In queste ultime ricorrono infatti con costanza alcuni termini, tutti legati alle dimensioni temporali e spaziali: Frammenti, Sospeso, Nel tempo, Oltre, Orizzonte, Destinazione hotel; titoli che come tanti tasselli di un puzzle assumono un significato preciso e sembrano palesare l’intento del chitarrista: trasmettere musicalmente l’idea del futuro e al contempo del presente…con quell’hic et nunc fatto di piccoli istanti e grandi istinti emotivi. 
Un singolo dunque in grado di regalare forti emozioni e di trasportare il fruitore nei luoghi e negli immaginari più lontani; luoghi a cui probabilmente l’autore ha pensato e che ha immaginato componendo questi repertori.
Tanti sono stati i musicisti contemporanei che hanno elogiato di Martino, e che si sono espressi con entusiasmo a proposito di questo lavoro, tra questi il chitarrista di fama mondiale, Francesco Buzzurro, le cui parole sono state queste:
"Il disco di Luca Di Martino si presenta come un lavoro di pregevole fattura che in linea con le nuove tendenze della chitarra classica rivela una bella freschezza compositiva dai connotati ambient e new age. Il tratto più interessante di questo lavoro sta nella ricerca di un linguaggio che da un lato guarda alla musica contemporanea mentre dall'altro si contamina con il pop puntando su una ricerca ritmica dal gusto a volte più vicino al latin. [...] ".
Le note del chitarrista siciliano nascono quindi da una forte esigenza: quella di riempire e concretizzare ogni istante e di trasformarlo in emozione musicale. E’ lo stesso chitarrista siciliano infatti ad averlo detto:
“Da quando ho iniziato a suonare la chitarra sono sempre stato attratto dalla possibilità che avevo fra le mani, l’idea di poter creare, che da anni è l’impulso che accompagna le mie giornate. Ho deciso di raccogliere le mie idee in questo lavoro, un percorso personale, dove sicuramente convivono generi che hanno influenzato la mia crescita musicale. Ho concepito ogni brano come uno spazio libero, uno spazio diverso, uno spazio suggerito dall’istinto che si concretizza nell’istante, per poi essere rievocato nel tempo, donandomi un senso preciso di appartenenza, ed è questa l’idea che mi piacerebbe trasmettere…quell’istante, bello o brutto che sia, che è diventato musica. E questa musica non vuole essere altro che il mio omaggio a tutti quelli che mi hanno aiutato a riempire questi istanti...”


Lavinia Alberti



giovedì 10 agosto 2017

A Castelbuono l’Ypsigrock Festival: al via con la 21°edizione

Come ogni anno tanti i brani dedicati al genere indie, elettronico e rock: dal 10 al 13 agosto nella splendida Piazza Castello





Anche quest’estate Castelbuono, paese siciliano incastonato nel suggestivo borgo medievale delle Madonie, si animerà con l’Ypsigrock Festival, giunto quest’anno alla sua 21esima edizione.
Il tanto atteso Festival del genere indie e alternative-rock, inizierà il secondo weekend di agosto, e durerà quattro giornate, dal 10 al 13 agosto. Sede deputata per l’evento sarà, come ogni anno, la splendida Piazza Castello, cornice naturale di queste serate.
Si tratta di un’iniziativa ideata in origine da un gruppo di castelbuonesi, che sin dalla sua prima edizione (il lontano 1997) si è sempre distinta dalle altre offerte musicali per qualità di repertori e interpreti.
Come di consueto il primo giorno del Festival sarà dedicato a una serie di eventi (mostre e djset) che affiancheranno i concerti. I live saranno eseguiti invece dall’11 al 13 agosto, con quattro palchi allestiti nelle rispettive giornate: l’Ypsi & Love Stage, situato all’interno dell’ex Chiostro di San Francesco, il Cuzzocrea Stage, nella pineta dell’Ypsicamping, il Mr.Y Stage, inaugurato lo scorso agosto all’interno dell’ex Chiesa del Crocifisso, e l’Ypsi Once Stage, collocato ai piedi dell’anfiteatro naturale di Piazza Castello.
Tanti saranno i protagonisti di questo Festival, tra cui Adam Naas, Aldous Harding, Amnesia Scanner, Beach House, Beak, Boppypin, Bruce Harper, Bry, Cabbage, Car Seat Headrest, Edda. Ma non finisce qui, perché saranno presenti anche i vincitori di Avanti il Prossimo…2017, la talent competition dedicata alle band emergenti, che quest’anno ha raccolto oltre 250 iscrizioni provenienti da tutto il mondo. Si esibiranno poi anche band del calibro di Ride, Digitalism, Beach House. Insomma…ce ne sarà per tutti i gusti.
L’Ypsigrock è dunque (e lo sarà di certo anche quest’anno) molto più che una manifestazione musicale: un punto di riferimento per gli appassionati di questo genere, che ogni anno crea molte aspettative nei siciliani, e nei castelbuonesi in particolare, oltre che un evento di visibilità nazionale e internazionale. Merito di questa fama costruita negli anni, va sicuramente all’eccellente organizzazione gestita dall’Associazione culturale Glenn Gould, che ha progressivamente accresciuto la sua importanza all’interno del panorama degli eventi di musica live in Europa grazie ad una attenta cura artistica.

Anche questa edizione del Festival sarà quindi un’occasione ideale per trascorrere un weekend estivo unendo l’eccellente musica all’offerta enogastronomica siciliana: un perfetto connubio di sicuro appeal.
Un evento dunque molto importante, fortemente competitivo e unico nel panorama dei Festival locali e nazionali, come hanno sottolineato Vincenzo Barreca e Gianfranco Raimondo, fondatori e direttori artistici dell’Ypsigrock Festival: Ypsigrock è una scelta di cuore ed è una scelta consapevole, dove chi arriva decide di mettere di lato la frenesia da grande evento per godere di uno speciale spettacolo a misura d’uomo. A Castelbuono, infatti, diamo l’opportunità di assistere a tutti gli act in programma ma anche la possibilità di scoprire il territorio da ogni punto di vista. Siamo consapevoli che il valore aggiunto di Ypsigrock è dato proprio da questa grande opportunità che consente al nostro pubblico di appassionati di scoprire nuovi scorci del territorio attraverso una ricercata proposta musicale per una vacanza che in fin dei conti è una vera e propria esperienza sensoriale”.
L’Ypsigrock è insomma tutto questo: un amalgama di esibizioni musicali, spettacoli e sperimentazioni di ogni tipo di artista, oltre che un modo per godersi in pieno la cultura e le tradizioni di trinacria.


Lavinia Alberti


PROGRAMMA:

Giovedì 10 agosto 2017

WELCOME PARTY: SHIRT VS T-SHIRT resident djset X ANNIVERSARY EDITION / WHEN DUE

Venerdì 11 agosto 2017

RIDE / BRY / PREOCCUPATIONS / CABBAGE / HÅN / SERGIO BEERCOCK / NULARSE

Sabato 12 agosto 2017

DIGITALISM / REJJIE SNOW / BEAK / ADAM NAAS / AMNESIA SCANNER / CHRISTAUX / ÉSTEL LUZ / BRUCE HARPER

Domenica 13 agosto 2017

BEACH HOUSE / CIGARETTES AFTER SEX / CAR SEAT HEADREST / ALDOUS HARDING / KLANGSTOF / EDDA / BOBBYPIN / KASSIEL


lunedì 31 luglio 2017

Mattaliano e il Mediterranean soloist clarinets chiudono il Clarinet Sicily Festival


Grande successo per il Clarinet Sicily Festival, appena conclusosi, che si è tenuto nella giornata di ieri, domenica 30 luglio, presso il suggestivo Atrio Vescovile di Cefalù, di cui il protagonista è stato il Mediterranean soloist clarinets, ensemble creativo, originale nel suo genere.
Merito di questo importante traguardo va all’impeccabile regia scenica interamente curata dal Maestro Giovanni Mattaliano e ai talentuosi musicisti, che non si sono limitati alla mera esecuzione dei repertori clarinettistici, andando oltre; questi ultimi hanno infatti messo in piedi un vero e proprio show itinerante, in cui ognuno ha “messo in gioco” il proprio modo di essere e il proprio estro artistico, in primis il Maestro Mattaliano, il quale con una certa dose di ironia – cercando la complicità dei presenti - ha abilmente gestito l’evento, creando una cornice dal sapore e dai suoni tipicamente mediterranei.
Un inizio decisamente insolito per un concerto di clarinetti: tutti i musicisti si sono infatti riuniti intorno a un tavolo, bevendo del vino, dando così al pubblico (e chissà anche a qualche turista) l’idea di una Sicilia che non rinuncia mai a creare un clima di convivialità, tra frasi in dialetto e suoni accattivanti, anche in contesti come questi.
Dopo questa breve introduzione all’insegna del bere e del suonare - in un contesto che per certi aspetti sembrava quasi quello di una scena di un simposio, o comunque di un atto teatrale - i clarinettisti hanno poi eseguito diversi repertori, uno più suggestivo dell’altro, spaziando da quelli della tradizione popolare e bandistica a quelli jazz, fino ad arrivare a quelli contemporanei.
Il concerto si è aperto con la "Rhapsody In Blue" suonata all'unisono. Nel corso della serata è stata eseguita poi la composizione Luglio ‘92 del contrabbassista Massimo Patti, composta in memoria del giudice Paolo Borsellino, un brano dalle tonalità drammatiche, che è riuscito in pieno ad assolvere alla sua funzione: trasmettere – nel mese delle stragi di mafia - quel senso di drammaticità, riportando il pubblico nel lontano luglio ‘92. Un omaggio che ha fortemente emozionato i presenti. Dei brani in programma, sei sono stati composti dal Maestro Mattaliano e due dal Maestro Giuseppe Testa.
Altro aspetto particolare della serata, elemento fortemente teatralizzante, è stato il fatto che si è scelto di porre sul palco un bambino per impersonare Gimmy Giuffré (quest’ultimo compositore e clarinettista italo - americano degli anni ‘50, a cui il Festival è stato dedicato); una scelta registica che il pubblico ha molto gradito.
Uno spettacolo dunque sui generis, che ha saputo calibrare in giusta dose i toni ironici e apparentemente disimpegnati, e quelli più meditativi. Nel corso della serata i musicisti hanno infatti alternato parti musicate a parti “recitate”. Queste ultime sono state fondamentali per dare un tocco di vivacità all’evento, e per far divertire il pubblico.
Per finire in bellezza, si è poi passati al repertorio della tradizione partenopea: la tarantella del girotondo dal titolo Tarantamed”, composta dal Maestro Mattaliano e inserita attraverso un parallelismo con lo swing del brano precedente: "A night in Tunisia" di Gillespie, che annunciava la nascita del jazz per mano dei siciliani portatori in America di tradizioni popolari e di festosità.
Non ci resta che attendere la prossima edizione del Clarinet Sicily Festival, per rivivere le stesse magiche atmosfere che questo evento ha saputo donare.
Lavinia Alberti

giovedì 27 luglio 2017

Cefalù, sede della I edizione del Clarinet Sicily Festival: un omaggio a Jimmy Giuffrè


Tre giorni fitti, interamente dedicati ai repertori settecenteschi e contemporanei, con tanti eccellenti musicisti




Cefalù, la nota località marina meta di tanti turisti per il suo patrimonio artistico e culturale, quest’ultimo weekend di luglio (28 -29 -30) sarà protagonista di un evento musicale di grande importanza; si tratta del Clarinet Sicily Festival, quest’anno alla sua prima edizione.
La cittadina siciliana per la prima volta sarà la sede di un Festival senza precedenti, interamente dedicato al clarinetto, uno strumento musicale dal vastissimo repertorio, perfezionatosi dal ‘700 in poi per mano di grandi artigiani e dalle mille anime: stradaiola, classica, bandistica, popolare, etnica, jazz, che nel tempo ha donato creatività a tutti i musicisti che lo hanno impersonato e animato.
Protagonisti di queste suggestive sonorità, che animeranno le vie in riva al mare di Cefalù, saranno il clarinettista e compositore Giovanni Mattaliano, ideatore e direttore artistico dell’evento, e il compositore e clarinettista Giuseppe Testa, che con la cittadina ha sempre avuto un legame particolare, essendo originario della stessa.
La manifestazione artistica, dedicata al clarinettista e compositore italo americano Jimmy Giuffrè (di origini siciliane e attivo a partire dagli anni ‘50) è sostenuta dal patrocinio del Comune di Cefalù, dall’associazione musicale S. Cecilia, dall’Ambima, dalla Buffet Crampon di Parigi e dall’etichetta discografica Jazzliveimprovisation.
Per l’occasione – nella prestigiosa sede di Villa Bordonaro - saranno coinvolti anche numerosi concertisti siciliani, i quali con dedizione e passione faranno vivere diverse scene musicali estremamente emozionanti. Tre giorni fitti dunque, nei quali si alterneranno concerti e master class, queste ultime tenute da alcuni dei più rappresentativi clarinettisti siciliani; tra questi: Giuseppe Balbi, lo stesso Giovanni Mattaliano, Paolo Miceli e Vincenzo Paci.
Nel corso della seconda giornata, sabato 29 luglio (ore 21.15) presso l’Atrio Vescovile, andrà in scena “Il clarinetto solista e la banda”, un concerto diretto dal Maestro Giuseppe Testa alla guida della banda musicale S. Cecilia di Cefalù con i solisti Giuseppe Balbi, Giovanni Giuliano, Giovanni La Mattina, Salvatore La Placa, Roberta Marino, Giovanni Mattaliano, Paolo Miceli, Vincenzo Paci, Vincenzo Toscano e Massimo Vella, che eseguiranno un vasto repertorio, che spazierà dalle musiche di Korsakov, Mendelssohn, Ponchielli, Orsomando, Gershwin, fino a quelle di Mattaliano e Testa, “accontentando” così il pubblico estremamente eterogeneo di queste serate.
A conclusione del Festival, domenica 30 luglio, sempre nel medesimo luogo, ci sarà invece un concerto dal titolo “Spirit, particolarmente coinvolgente proprio perché agli splendidi repertori della tradizione mediterranea si unirà anche la magia della poesia (con testi e regia scenica curati da Giovanni Mattaliano); un perfetto connubio, di sicuro impatto per il pubblico.
Per chiudere in bellezza, ci saranno anche tanti altri talentuosi musicisti: tra questi il contrabbassista Massimo Patti, i percussionisti di Palermo, il Mediterranean Soloist Clarinets, quest’ultimo composto da alcuni dei maggiori rappresentanti della scuola clarinettistica mediterranea provenienti da ogni parte della Sicilia (Carmelo Colajanni, Giuseppe Di Carlo, Lillo Lino, Girolamo Manenti, Vito La Tora, Giampiero Risico, Salvatore Spera, Giancarlo Venturieri ed altri ancora) che suoneranno all’unisono, animati dalla stessa passione: la musica del clarinetto.
Un Festival che, con queste premesse, non potrà che riuscire al meglio. Non ci resta dunque che attendere l’inizio dell’evento, e goderci in pieno la bellezza e l’evocatività che questo strumento è in grado di trasmettere.



Lavinia Alberti

sabato 1 luglio 2017

La musica nell’era della multimedialità: evoluzione o involuzione?


Oggi sulla rete sono sempre meno le produzioni musicali di qualità. Molti sono i videoclip “usa e getta”


Dal vinile alle musicassette e i compact disc, fino ad arrivare ai file sharing e alle piattaforme online, per approdare poi ai canali social.
Nel giro di pochi decenni ci sono passate sott’occhio tutte queste innovazioni tecnologiche. Adesso, al tempo dei social media, delle condivisioni in tempo reale, dello streaming e dei videoclip, i mezzi e le modalità di fruizione musicale sembrano avere subito un’evoluzione senza precedenti. Ma siamo certi che siano tutte rose e fiori?
Se da una parte infatti i canali come You Tube, Vimeo, Vid.me, Streamable hanno portato a una maggiore democratizzazione (nel senso che ognuno può rendere visibile su tali canali ciò che ritiene di valore artistico), dall’altra hanno fatto sì che chiunque possa divulgare contenuti multimediali facendoli passare per prodotti musicalmente di qualità.
Nella maggior parte dei casi si tratta infatti di offerte musicali proposte da uno Youtuber qualunque di moda sul momento, che non ha una solida preparazione musicale alle spalle. Il risultato è che allo stato attuale abbiamo molti videoclip musicali usa e getta, che non superano una stagione estiva (spesso e volentieri inoltre non c’è una diretta proporzionalità tra il numero di visualizzazioni raggiunte e la loro qualità).
Oggi sulla rete dunque sono sempre meno le produzioni multimediali di qualità; si riscontra infatti ancor più di qualche tempo fa una vera e propria overdose di brani di basso lignaggio, e forse è proprio la rete e il cattivo utilizzo di essa da parte degli utenti (anche tramite la condivisione sui social di contenuti musicali di dubbia qualità) ad aver agevolato questo processo.
Ad essere crollato nell’era della multimedialità e dei social è stato anche il tradizionale concetto di album (e il suo mercato, che forse nel giro di un decennio sarà destinato a scomparire) e con esso il rituale della “lentezza” della sua fruizione; ciò di fatto significa che oggi si sta perdendo progressivamente quella “sacralità” che un album procurava: il semplice fatto di acquistare un disco o un cd, di tenerlo in mano e di vedere incisa sulla copertina di esso l’immagine del proprio idolo era qualcosa di emozionante…che faceva trasparire tutta la carica evocativa del cantante.
Oggi tutto questo se c'è ancora, è in via di estinzione. Siamo così passati da un ascolto lento e intimo (slow music) a uno frenetico e privo del contesto e della giusta attenzione (fast music); dal possesso fisico della musica (il buon vecchio album e i dischi) a quello basato sull’accesso tramite una rete (Spotify, Apple Music e Deezer, con la possibilità di creare una playlist, che probabilmente sarà l’album del futuro).
In questo universo social e “liquido” - in cui domina la smaterializzazione dei supporti fisici - molti artisti oggi scelgono non a caso di realizzare sempre più singoli, fruibili ad esempio su You Tube, perché potenzialmente visibili a milioni di utenti.
Se da un lato sta accadendo questo, dall’altro lato però, forse perché si sta troppo “tirando la cinghia”, in questi ultimi anni si sta cominciando a vedere un ritorno al vinile…forse per nostalgia di un tempo (che per certi aspetti era migliore) o per moda.
Nell’era delle piattaforme multimediali e delle condivisioni in rete, insomma, l’artista, almeno per quel che riguarda il mondo della rete, sembra stia diventando oggi parte di una catena di montaggio, costretto a produrre (in parte) non sulla base di ciò che vorrebbe realizzare (ad esempio un album) ma sulla base del miglior mezzo per raggiungere il proprio target (con i singoli in streaming, appunto).

giovedì 1 giugno 2017

Avete una preferenza per la musica classica, pop e hip-hop? Tutta “colpa” del Dna


Secondo delle ricerche sarebbe il codice genetico ad influire sui gusti musicali, poi subentrerebbero l'educazione ricevuta e gli influssi sociali

 



Forse non ci pensiamo mai più di tanto, ma le preferenze musicali dicono molto sulla nostra personalità, forse più di altri tratti psicologici (come il modo di scrivere, di parlare o di camminare).
In particolare, responsabile di queste predilezioni sarebbe il nostro codice genetico, per una buona percentuale.
Non sono opinioni comuni o chiacchiere da bar, perché a dirlo è il King's College London Department of Twin Research, che sarebbe arrivato a queste conclusioni dopo aver selezionato un campione significativo di 4000 gemelli. In particolare gli studiosi americani (la cui ricerca risale a qualche anno fa) indicano che se ci piace la musica classica, pop e hip-hop la genetica sarebbe responsabile per il 53%; se invece preferiamo il genere blues e jazz questo sarebbe responsabile per il 46%; infine nel caso del rock, indie e heavy metal i geni inciderebbero per il 40%, cui seguirebbero l’educazione ricevuta e il proprio vissuto personale.
Sembra dunque che i nostri gusti musicali siano per buona parte già scritti; questo è quanto ha spiegato qualche tempo fa Adrian North, professore di psicologia alla Heriot Watt University della Scozia. Lo stesso sostiene che una preferenza musicale sia legata a un determinato carattere, tale per cui gli amanti della musica classica e del jazz sarebbero creativi, quelli del pop dei gran lavoratori e i “metallari” dei gran fantasiosi e in armonia con se stessi.
La musica che ascoltiamo abitualmente sarebbe insomma come le nostre impronte digitali: un segno indelebile che svela chi siamo.
Secondo uno studio avviato dall’università del Texas invece, gli amanti del genere pop sarebbero delle persone romantiche e in cerca di relax; quelli del rock, della musica country e leggera, sarebbero invece delle persone affidabili, loquaci ed estroverse, ma con una tendenza alla convenzionalità. I più sofisticati e ricercati stando ai dati, sarebbero infine gli amanti della musica sinfonica e classica, le cui personalità sarebbero invece creative, spirituali e al contempo timide e introverse. Sul fronte opposto le persone più estroverse ed impulsive, amanti dei ritmi dinamici, avrebbero una propensione per la musica contemporanea, elettronica, rap e latinoamericana.
Altra tesi ormai consolidata sarebbe quella di Irma Järvelä, del Dipartimento di genetica e biologia molecolare dell’Università di Helsinki.
Nel caso specifico, la ricercatrice per capire quanto effettivamente incida il codice genetico sulle preferenze musicali e sulla propensione all’ascolto in generale, avrebbe preso un campione eterogeneo di 437 individui dagli 8 ai 93 anni; dall’analisi del DNA sarebbe emerso un forte legame tra il recettore del vasopressore arginina (legato alle funzioni dell’organismo) e la propensione individuale all’ascolto della musica.
In attesa di qualche scoperta più recente, di certo  possiamo dire che c'è ancora tanta strada e tanta ricerca da fare in questo campo, perché del funzionamento della mente umana (in relazione alle percezioni sonore) sappiamo ancora davvero poco, rispetto al suo enorme potenziale.

domenica 30 aprile 2017

"Un Ballo in maschera": una riproposta in chiave pop dell’opera verdiana


“Un compendio di archetipi sociali ed emotivi, celati dalla maschera delle convenzioni. Un’attualità valorizzata con la rappresentazione delle emozioni e con il tema dell’integrazione sociale e culturale”



Sarà un appuntamento importante che vedrà ancora una volta protagonisti la musica e il teatro. Il 18 giugno infatti a Bologna, presso l'Officina polivalente delle arti e dei mestieri Camere d'aria (uno spazio di accoglienza nello spirito dell’Associazione Culturale Oltre) sarà messa in scena in una versione ridotta Un ballo in maschera di Verdi, per la regia di Giada Maria Zanzi.
Protagonista della rappresentazione sarà la compagnia Teatro Facies, formata da 7 artisti di differenti "provenienze" (cantanti lirici, attori, fotografi), che daranno vita a uno spettacolo di teatro contemporaneo davvero sui generis.
Particolarità di questo progetto è il suo approccio non canonico all’opera lirica verdiana; lo scopo infatti è quello di far avvicinare a questo mondo così magico e suggestivo (o quantomeno far incuriosire) tutti coloro che non frequentano abitualmente l'ambiente musicale classico.
Lo spettacolo si propone un arduo ma nobile compito: quello di portare il teatro anche in luoghi periferici, molto differenti tra loro e fuori dai canoni classici. Le battute recitate, proprio per il luogo e il contesto socio-culturale in cui l’opera s’inserisce, sono state infatti scritte dagli artisti e alcuni numeri musicali ridisposti, come anche le caratterizzazioni dei personaggi.
La chiave di lettura di quest’opera verdiana, scelta per l’occasione, sarà dunque estremamente pop: i cantanti lirici infatti oltre a cantare (su base orchestrale, come in un musical), reciteranno. Tra i personaggi principali, Renato sarà l’unico che non canterà ma reciterà soltanto. Ulrica e Oscar saranno invece gli inconsapevoli artefici dell'evoluzione psicologica di Renato, in balìa degli eventi. Oltre a Ulrica e Oscar canteranno anche Riccardo e Amelia, che esterneranno il loro amore attraverso l'esecuzione delle rispettive arie principali. Ad essere evidenziate saranno le tematiche dell'amore e dell'amicizia, tematica quest’ultima che lascerà spazio alla gelosia quando Renato scoprirà i sentimenti del conte e della propria moglie.
Scopo dell’opera è soprattutto quello di porre l’accento su alcune tematiche sociali: il problema della diffidenza verso il diverso, la questione dell'integrazione dei diversi ceti sociali, e soprattutto l'influsso, la pressione che la società esercita sull'individuo. In questo senso Renato, attraverso la parola e il mimo, rappresenta l'archetipo ideale per questa messa in scena; la sua espressione consentirà infatti al pubblico di meglio identificarvisi, fino al suo atto estremo e alla redenzione finale, successiva al perdono ricevuto dall'amico morente.
Modernamente intese saranno anche le scenografie di Carlotta Nasi, affidate alla fotografia e rese attraverso la proiezione gli scatti che ritrarranno luoghi "materiali" e soprattutto simbolici; saranno immagini delle situazioni interiori dei personaggi, ma comuni a chiunque altro.
Un testo dunque che grazie al modo in cui tratteggia i soggetti teatrali, è in grado di offrire una moderna chiave di lettura dell’opera, anche se i costumi e l'ambientazione saranno fedeli al testo originale.

REGIA: Giada Maria ZANZI
AIUTO REGIA: Giuseppe MESSINA, Carlotta NASI, Federica DI BIANCO.
SOGGETTO E DRAMMATURGIA: Giada Maria ZANZI
PERSONAGGI ED INTERPRETI: Riccardo, conte di Warwick, governatore di Boston: Cristian GRILLO Renato, creolo, segretario di Riccardo: Giuseppe MESSINA Amelia, sposa di Renato: Rachael BIRTHISEL Oscar, paggio di Riccardo: Giada Maria ZANZI Ulrica, una maga: Paola PANCALDI
FOTOGRAFIA E SCENOGRAFIA: Carlotta NASI



                                                                                                                                                                                                                                                                                     Lavinia Alberti

martedì 28 marzo 2017

Quanta letteratura c’è nella musica…


Quante volte ascoltando un brano alla radio o in tv ci siamo chiesti se e in che misura il cantautore del brano in questione ha preso spunto dai testi del passato, letterari o poetici che siano? Molte volte.
Nella storia della musica l’elenco dei musicisti che hanno preso più che uno spunto dai grandi capolavori letterari e poetici del passato è veramente infinito. Ma andiamo per ordine.
Le prime forme di contaminazione tra poesia e musica risalivano ai cantori greci, poi ai trovatori provenzali che con strumenti a corda accompagnavano la lettura dei versi. Poco più tardi tale connubio lo ritroveremo nei madrigali e nelle ballate medievali (le cui composizioni si basavano sui testi poetici dei grandi umanisti); un connubio che qualche secolo dopo sarà incarnato dall’opera ottocentesca (con le arie e i recitativi).
In tempi più recenti, e precisamente dalla metà del ‘900 - all’interno di quel periodo che la storiografia musicale ha etichettato come musica contemporanea - svariati esempi di contaminatio tra letteratura e musica si avranno anche da parte di cantautori di ogni genere: dalle star del rock americano (che attingono e continuano ad attingere dai romanzi e dai versi dei poeti per la stesura delle loro canzoni) alle celebrità della musica italiana (i cui testi, nemmeno paragonabili alle composizioni odierne, hanno segnato un’epoca d’oro).
Davvero tantissimi sono stati i musicisti del secolo breve che con le loro canzoni, nate grazie a spunti letterari, hanno fatto emozionare generazioni e generazioni di giovani e meno giovani, anche solo con un titolo, un ritornello o un accordo.
Un cantautore che ai grandi classici della letteratura e ai versi poetici ha dedicato gran parte della sua esistenza, rielaborandoli e facendoli propri attraverso la musica, è stato Fabrizio De André; molto più che un musicista: un paroliere che proprio per la profondità etico-religiosa delle sue canzoni e per la magica fusione tra musica ed endecasillabi ha fatto conoscere la miseria umana, l’amore, la solitudine, la guerra, la morte, e che può senz’ombra di dubbio essere definito un poeta prima ancora che un uomo di musica. Questa sua vocazione poetica applicata alla musica si coglie ad esempio nel testo de La buona novella, album del 1970 nel quale il cantautore genovese riscrive la visione cattolica ispirandosi ai vangeli apocrifi conferendo a Gesù e Maria un aspetto più laicamente umano che divino. Un simile discorso si può fare anche per l’album Non al denaro, non all’amore né al cielo (1971), che De André ha scritto basandosi sull’Antologia di Spoon River (1915) di Edgar Lee Masters. Ne La collina ad esempio il “Faber” ispirandosi alle epigrafi in versi dei defunti “che dormono sulla collina” ci trasporta nell’immaginario descritto dalle opere dei grandi poeti del passato; in Un blasfemo, parla invece di un bestemmiatore convinto che Dio si è comportato iniquamente col genere umano condannandolo a vivere nell’inconsapevolezza ("come uno scemo") e privandolo della conoscenza del bene e del male.
In tutti questi casi è inutile dirlo, si tratta di una meta-poesia che genera pura contemplazione. Da questo punto di vista De André è stato forse uno dei pochi autori che meglio ha saputo incarnare tale connubio musica-letteratura, insieme a pochi altri della sua stessa generazione.
Come non citare poi Edoardo Bennato che nell’album Burattino senza fili (1977) omaggia invece interamente il grande capolavoro di Carlo Collodi, in brani come Mangiafuoco, Il gatto e la volpe. In un altro album poi Sono solo canzonette (1980) in brani come L’isola che non c’è, Nel covo dei pirati e Il rock di Capitano Uncino, trae invece palesemente spunto da Le avventure di Peter Pan (1906) romanzo dello scrittore scozzese James Matthew Barrie.
Che dire poi di Francesco Guccini, la cui discografia è costellata da episodi che sono un pullulare di letteratura oltre che di pura poesia; si possono citare ad esempio canzoni come Signora Bovary, Don Chisciotte e Cyrano, quest’ultima traccia liberamente ispirata all’opera teatrale Cyrano de Bergerac (1897) del poeta drammatico francese Edmond Rostand.
Un notevole contributo in senso poetico è stato dato poi dal cantautore catanese Franco Battiato. Moltissime sono infatti le sue canzoni che hanno preso spunto da testi poetici e letterari; un esempio è Invito al viaggio (1999), brano presente all’interno dell’album Fleurs, in cui il cantautore cita fin dal titolo una poesia di Baudelaire tratta dai Fiori del male (1897): “Tutto, laggiù, è ordine e beltà / lusso, calma e voluttà”, (riadattata dal filosofo Manlio Sgalambro e messa in musica da Battiato).
Oggi invece ben pochi sono i cantautori e i musicisti che attingono alle fonti letterarie per le loro composizioni. Forse è anche per questo che nella maggior parte dei casi si tratta di canzoni di stagione (o meglio di canzonette usa e getta da supermercato) svuotate di senso, struttura armonica e valori; salvo rare eccezioni, si tratta di melodie piatte che vengono assorbite passivamente ma che nulla dicono o lasciano al fruitore in termini di emozioni.
Visto lo scenario musicale odierno – in riferimento soprattutto alla musica italiana – forse sarebbe il caso di guardare ai grandi capolavori musicali del passato, che dello spessore testuale e morale avevano fatto una vera e propria missione. Perché non si può dar vita a qualcosa di originale se non si guarda indietro.


Lavinia Alberti












mercoledì 1 febbraio 2017

La chitarra di Renna in concerto a Roma



Da diversi anni si dedica alla composizione di musica strumentale. Ha al suo attivo la pubblicazione del disco RT Guitar Duo contenente brani editi e inediti. Fra le collaborazioni più prestigiose ci sono quelle con Peppe Servillo degli Avion Travel e Tosca. La sua musica sbarca in America nel 2015 per la prestigiosa etichetta americana Candyrat Records.
Stiamo parlando di Nicolò Renna, chitarrista, classe 1981, che in questi primi giorni di febbraio e precisamente il 4, si esibirà a Roma in un concerto per chitarra sola presso la Chiesa di S. Egidio (ore 19). L’ingresso – libero con prenotazione obbligatoria – è realizzato per conto dell’associazione Chitarra In di Gabriele Curciotti e Massimo Di Coste.
Ad apertura del concerto il chitarrista siciliano eseguirà le musiche di due noti autori di musica antica del repertorio chitarristico: G. Sanz con Canarios e S. L. Weiss con il Preludio della Suite in D.
Punto centrale della serata sarà poi l’esecuzione da parte di Renna di alcune delle sue composizioni fra cui Breathing, un brano originale per chitarra pubblicato per la prima volta sul canale youtube dell’etichetta americana poc’anzi citata, che ha riscontrato un notevole successo sul web andando ben oltre le 160.000 visualizzazioni.
Si tratta di un singolo che mette in risalto le sonorità dei popoli irlandesi con l’aggiunta di alcune influenze tipicamente afro; insomma, un mix unico che unisce e alterna con giusto equilibrio lo stile accademico della chitarra classica (fatto di ritmi morbidi e avvolgenti) a elementi più percussivi del finger-style, con risultati davvero coinvolgenti emotivamente. Emblematico il titolo del singolo, Breathing con cui Renna ha voluto comunicare, musicalmente parlando, un sentimento preciso: “un respiro inteso come l’alito vitale delle civiltà irlandesi e africane, un elemento davvero autentico e viscerale, fortemente legato alle radici della propria terra”.
A chiusura del concerto il chitarrista eseguirà infine due arrangiamenti originali dello stesso chitarrista: Alhambra di A. Forcione e Nuovo Cinema Paradiso di E. Morricone.
Non resta dunque che aspettare l’evento…in attesa di nuovi “respiri” sonori e nuove emozioni, delle quali Renna è un abile creatore.





Lavinia Alberti


mercoledì 11 gennaio 2017

L’ "Agni Parthene" di Francesco Lipari



L’anno è da poco cominciato e si prefigura già ricco di interessanti progetti musicali. A questi ultimi è legato il nome di Francesco Lipari. Classe 1982 Lipari è un compositore e percussionista siciliano diplomatosi in Strumenti a Percussioni al Conservatorio di Messina nel 2005. Studia composizione con Alessandro Solbiati (dal 2009 al 2015), al quale riconosce un grande merito; è lui infatti ad aprire un mondo nuovo al compositore, una nuova stagione compositiva per sua musica. Poco dopo studia anche armonia e contrappunto con Dario Pino, avvicinandosi in seguito alla musica elettronica, prima da autodidatta poi sotto la guida di Javier Torres Maldonado. Fine moduloCon il duo Daphne (Flauto e percussioni) ha dato inoltre vita ad un variegato repertorio, spaziando così dal recupero di tesori musicali della tradizione antica fino alla musica elettronica.

Artista versatile e poliedrico, egli spazia dunque dai linguaggi della nuova musica contemporanea alle contaminazioni stilistiche, con particolare attenzione al jazz, all’improvvisazione non idiomatica, alla musica d’ambiente. Si tratta di un linguaggio che non può fare a meno di contrapporre gesti a tinte forti, che non rinuncia però mai alla dimensione melodica. Il percussionista siciliano, soprattutto nell’ultimo periodo della sua produzione ha trovato nella tradizione musicale della sua terra una vera e propria miniera di materiali da cui attingere per le sue produzioni, esplorando anche il contesto colto. E’ proprio nel suo ultimo lavoro intitolato Agni Parthene (Edizioni Musicali Diaphonia) che si esplica tutto ciò.                    
L’album contenente due tracce (Agni Parthene e Sognando Agni Parthene) è realizzato con l’ensemble Fracargio, di cui il percussionista è uno dei fondatori. Peculiarità dei due brani in questione, di cui il secondo è quello più sperimentale, è un sapiente incontro tra l'elettronica di ricerca e la musica popolare, che dà vita a un sublime canto ortodosso, sin dall’inizio molto evocativo e suggestivo.  Agni Parthene, in uscita il 15 gennaio, inizia da un tema a partire dal quale si esplicano poi una serie di variazioni; queste ultime conducono poi a sviluppi differenti tra loro attraverso il contrabbasso di Giovanni Arena, l’elettronica di Dario Pino e il flauto basso di Francesco Lipari.
Degno di menzione è anche il secondo singolo del disco: Sognando Agni Parthene, un brano sperimentale in cui è riscontrabile, anche se per altri aspetti, la stessa dose di evocatività. Sono dunque due tracce che hanno origine dallo stesso materiale, ma con sviluppi completamente differenti. Il canto viene frammentato, eclissato, si dirama per poi polverizzarsi nuovamente.
Con questo album siamo di fronte a un lavoro davvero sui generis, in cui l'ascoltatore viene condotto per quasi mezz'ora in una dimensione contemplativa, quasi onirica, tratto quest’ultimo che meglio identifica il percussionista. Si tratta di un genere che non si trova comunemente nella produzione discografica contemporanea, non facilmente collocabile, e che per questo vale la pena di ascoltare.

E’ proprio l’apparire e lo scomparire dei suoni e il loro dileguarsi a rendere così suggestivo e magico questo album. E’ un sound che nel complesso è in grado di aprire illimitati immaginari all’ascoltatore.










Lavinia Alberti