venerdì 11 dicembre 2015

"In the Closet", l'app serie ideata da tre giovani palermitani


Quando si parla di web serie la maggior parte tende a pensare a un prodotto televisivo americano in varie puntate distribuito su reti locali e nazionali, o meglio a un prodotto fruibile solo in determinati contesti e luoghi, dunque vincolante al mezzo materiale: il televisore o il computer.
Il concetto di web serie nasce in epoca relativamente recente, nel 2010 circa; solo negli ultimi anni essa è andata via via migliorando i suoi format e i suoi canali distributivi, divenendo un fenomeno virale.  La novità su questo fronte è giunta proprio quest’anno. A partire da settembre, infatti, un gruppo di giovani palermitani ha deciso di innovare ulteriormente il concetto di web serie, lanciando una novità assoluta: l’app serie. Si tratta di un progetto che ha comportato la messa in gioco di creatività, sperimentazione e originalità.
 E’ così che unendo entusiasmo e passione per il racconto tre palermitani, (la Cinefila trinità, come amano definirsi) Ninni Palma (regista), Daniele Lupo (sceneggiatore) e Salvatore Allotta (post-produzione), hanno ideato una serie divisa in puntate da vedere direttamente su un’app apposita.
Il protagonista, un uomo misterioso interpretato dall’attore Davide Ruggiano, farà i conti con i segreti inconfessabili di cinque personaggi, in una trama avvincente in cui nulla è come sembra.
Andando oltre il canonico Youtube, la piattaforma per eccellenza delle web serie, offrirà agli utenti un’esperienza innovativa. Sull’app infatti saranno visibili tutte le puntate, oltre le quali saranno presenti anche contenuti extra ed interessanti approfondimenti.
“In the Closet”, questo il nome della prima app serie prodotta dai tre giovani artisti, sarà divisa in 50 episodi. Si tratta di una serie drama-thriller girata interamente in un unico ambiente.
Cifra peculiare di questi episodi saranno inconfessabili segreti che stravolgeranno le vite dei protagonisti, costruendo una trama avvincente in cui nulla è come sembra.
Con queste premesse il progetto non può che essere molto stimolante, come emerge dalle dichiarazioni degli artisti: «In una società smartphonecentrica come quella italiana abbiamo deciso di creare qualcosa che ci permettesse di entrare proprio nelle tasche degli spettatori» spiega lo sceneggiatore Daniele Lupo. «Abbiamo voluto dar vita a qualcosa di diverso. Ogni utente potrà avere sempre con sé l’app serie e potrà decidere quando vederla e fruire di contenuti inediti in una nuova forma» continua il regista Ninni Palma. L’app serie sarà disponibile dai primi giorni di dicembre in modo totalmente gratuito.


           
                                                                                                             Lavinia Alberti

lunedì 2 novembre 2015

Quarant'anni senza l'intellettuale corsaro



2 novembre 1975: sono già passati 40 anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, scrittore, poeta, sceneggiatore, regista, autore che può essere considerato senza dubbio uno degli intellettuali più controversi nel panorama culturale italiano.
Accostandosi a questa figura, ciò che non si può fare a meno di notare sono l’ “ingenuità” e la sensibilità con cui egli si accostava al mondo; cifra peculiare del poeta era infatti il porsi dalla parte dei più umili e delle classi più disagiate, dei “diversi”, cui certamente egli riservava proprio per il tormentato vissuto personale tutta la sua solidarietà. Non è un caso dunque se egli si poneva dalla parte di questi ultimi; il sottoproletariato infatti rappresentava per il poeta friulano l’unica classe che ancora manteneva una propria spontaneità e genuinità, al contrario della classe borghese che egli criticava aspramente, e ciò si coglie molto bene sia nei suoi film, che nei suoi testi poetici e letterari. Marxista politicamente e socialmente impegnato, Pasolini aveva fatto della lotta al consumismo e alle ipocrisie borghesi una vera e propria missione.


Si può certamente affermare che con Pasolini l’Italia ha perso 40 anni fa non solo un pezzo di storia ma il contributo delle sue idee di intellettuale poliedrico ed eclettico.
In questi giorni molti sono stati i luoghi della cultura (e soprattutto i teatri romani) che hanno reso omaggio al poeta, raccontando la vita di questo straordinario personaggio del cinema e della cultura del ‘900. La sua personalità di acuto osservatore e per certi versi anche anticipatore del nostro presente è stata ricordata dai principali teatri romani come l’Argentina e il teatro India di Roma che hanno reso omaggio al poeta con diverse rassegne. Il teatro India per l’occasione ha dato vita alla rassegna “Il Teatro di Roma per Pasolini”.



Ad aprire l’omaggio romano sarà la voce recitante di Giovanna Marini, amica intima del poeta, con Sono Pasolini, un moderno oratorio che celebra la ricchezza della poesia e del pensiero pasoliniani. Lo spettacolo è
uno dei tasselli del progetto “Il Teatro di Roma per Pasolini” che si compone di sette titoli. A seguire vi sarà L’inedita partita di pallone Pier Paolo! di Giorgio Barberio Corsetti, “giocata” nel campo di Pietralata a Roma (31 ottobre e 1 novembre), una produzione Fattore K.
Giorni intensi questi che hanno visto una vera e propria maratona letteraria; saranno lette poesie, frammenti di raccolte inedite da personaggi che hanno vissuto a fianco del poeta: si andrà da Bernardo Bertolucci a Ninetto Davoli. Per l’occasione all’esterno dei centri saranno allestite delle performances di Street art.

A 40 anni di distanza si sente la mancanza di Pasolini, l’intellettuale inascoltato e poi come spesso accade “santificato” alla morte. Se si è perso l’uomo, di certo non si sono perse le sue idee anticonformista. Il regista friulano, o meglio, il suo pensiero, le sue poesie hanno rappresentato e rappresentano ancora oggi a 40 anni di distanza un punto di riferimento, una speranza per molti giovani.
                                                                                                                                                                                             Lavinia Alberti

mercoledì 16 settembre 2015

La Settimana Alfonsiana a Palermo


Dal 19 al 27 Settembre a Palermo si svolgerà la “Settimana Alfonsiana”, giunta quest’anno alla XXI edizione. L’evento di cui la Run (Rete  Universitaria Nazionale) di Palermo è da anni promotrice, quest’anno si svolgerà attorno al tema: Mentr’erano a mensa Gesù disse: “Uno di voi mi tradirà. Uno che mangia con me”. Gli dicevano uno dopo l’altro: “Sono forse io?”. (Marco 14, 18-19).          
Proprio a partire dal significato - attuale e storico - di tale espressione evangelica, si confronteranno studiosi, teologi, sacerdoti, magistrati, giornalisti, registi, scrittori e docenti universitari.
 
Questi otto giorni, organizzati dai Padri Redentoristi di Palermo e dalla rivista culturale “Segno” in onore di Sant’Alfonso dei Liguori, si prefigurano molto intensi e ricchi di confronti, i cui temi saranno riletti in chiave laica. Si tratta dunque di un evento unico nel suo genere, non solo per la natura dei dibattiti, ma anche per le personalità presenti, per l’occasione provenienti come già detto dal mondo giuridico, economico, teologico e dello spettacolo; a rendere questi giorni ancora più interessanti e coinvolgenti saranno inoltre i diversi musicisti che si esibiranno, molti dei quali noti in tutta Italia e non solo. La sede principale dove avverranno le discussioni culturali sarà in via Badia 52, con ulteriori appendici al Conservatorio V. Bellini in via Squarcialupo e all’Oratorio di Santa Cita in via Valverde.
 
Il giorno d’apertura nella Sala Scarlatti del Conservatorio V. Bellini si esibirà sotto la direzione del Maestro Giuseppe Palma la Balarm Sax Orchestra (ore 21); il giorno seguente saranno presenti invece i Padri Redentoristi che apriranno il dibattito teologico e, sempre alle ore 21, si esibiranno Gli Archi Ensemble. Lunedì 21 (ore 17), invece, sarà la volta di Nino Fasullo (direttore della rivista “Segno”), Salvatore Ferlita (Università Kore di Enna), Serafino Fiore (superiore provinciale dei “Redentoristi”), Roberto Lagalla (rettore dell’Università di Palermo), Leoluca Orlando (sindaco di Palermo) e Gianni Vattimo (Università di Torino), che proporranno degli interessanti spunti di riflessione a partire dal passo della Bibbia sopra citato. Nel pomeriggio di martedì 22 la sede di via Badia avrà l’onore di accogliere Giancarlo Gaeta (Università di Firenze), Simona Forti (Università di Torino) e Gianfranco Perriera, regista noto soprattutto nell’ambiente teatrale e cinematografico palermitano. Il giorno seguente invece saranno presenti Guido Corso (Università di Roma), il giornalista e scrittore Raniero La Valle e Paolo Ricca (Facoltà teologica valdese di Roma).

 
 


Nei giorni centrali dell’evento non mancheranno musiche appartenenti al repertorio colto: verranno eseguite l’Overture I e II della Carmen di Bizet, il Bolero di Ravel, e le musiche di Patrick di Geiss.; dell'omonimo film Pirati dei Caraibi verrà inoltre eseguita la colonna sonora. Sempre nello stesso giorno è previsto un arrangiamento fatto da Giovanni Di Giandomenico del celebre "Tu scendi dalle stelle" in originale lingua napoletana scritta da S. Alfonso; questa performance vedrà coinvolto per l'esecuzione il soprano Federica Maggi con un accompagnamento al pianoforte del sopracitato Di Giandomenico.
Giovedì 24 si uniranno al dibattito Marcello Flores (Università di Siena), Giorgio Jossa (Università di Napoli) e Maria Concetta Sala, docente e filosofa; il pomeriggio seguente, interverranno invece Massimo Cacciari (Università San Raffaele di Milano), Rita Fulco (Università di Messina) e Giuseppe Pignatone (Procuratore Capo della Repubblica di Roma). Il penultimo giorno  interverrà anche Romano Prodi  sul tema “La politica mondiale e il Mediterraneo”.
 Nel giorno che chiude la Settimana, alle ore 21, si esibirà l’Orchestra Alfonsiana, composta da soli sassofoni, dal sopranino al basso. Nata e ideata dal Maestro Palma, docente di sax presso lo stesso Conservatorio Bellini, l'orchestra è composta da allievi ed ex allievi di sax e comprende anche quattro percussionisti. Tra i repertori sarà eseguito anche il Concerto vivaldiano Op.3 n.8 a due violini, eseguito dai due sassofonisti Ignazio Calderone e Nicola Mogavero.                         
Nell’insieme questi giorni non potranno che essere di grande stimolo culturale. Si tratta infatti di un evento che ogni anno fornisce degli spunti e degli stimoli sempre nuovi, non solo sul piano teologico e sociale, ma anche su quello musicale.


Lavinia Alberti

domenica 30 agosto 2015

Gratteri dà il via al Festival della musica classica


Anche quest’anno a Gratteri si svolgerà il Festival della musica antica, nonostante questo sia un periodo molto difficile per la cultura (musicale) a causa dei tagli, soprattutto in Sicilia.
Il Festival, giunto alla Nona edizione, riguarderà i giorni del 3 e 5 Settembre; si tratta di una iniziativa che si è potuta realizzare grazie all’Associazione MusicaMente, al Comune di Gratteri e al patrocinio dell’Assessorato regionale al Turismo. Nonostante inizialmente ci siano state delle perplessità  riguardo all’avvio della rassegna, fortunatamente è prevalsa la voglia di far conoscere non solo la bellezza dei repertori classici (barocchi nello specifico), ma anche del territorio madonita. Scopo di questo  Festival è dunque quello di unire i due aspetti: la musica di qualità e la promozione dei luoghi madoniti, troppo spesso trascurati o addirittura ignorati dai più.
Si tratta di un’iniziativa che si è andata consolidando sempre più nel corso degli anni, e che per questo appartiene ormai al patrimonio culturale della città di Gratteri e della Sicilia; alla base di tale successo vi è la qualità dei concerti e dei musicisti, molti dei quali provenienti da tutta Europa.
Quest’anno (in forma ridotta) il Festival sarà articolato in due serate e vedrà la partecipazione di artisti siciliani pluripremiati in vari concorsi internazionali.
 
 
                          
 
 
La serata di apertura del concerto, che inizierà alle ore 21.15, avrà luogo nella Chiesa di Santa Maria di Gesù; ad esibirsi sarà l’Arianna Art Ensemble, in un concerto organizzato dall’Associazione Amici della Musica Salvatore Cicero di Cefalù. In questa occasione saranno presenti tre eccellenti solisti specialisti in questo repertorio: Ottavio Brucato (flauto dolce) Alessandro Nasello (flauto dolce e fagotto) e Cinzia Guarino (clavicembalo). Gli artisti, di rinomata fama europea, proporranno un programma molto impegnativo dal titolo Alla Maniera Italiana, che si articola su brani di repertorio italiano del primo e tardo Barocco. Per l’occasione verranno eseguite le musiche dei più celebri compositori barocchi: da quelle di Antonio Vivaldi a quelle di Benedetto Marcello, da quelle di Marco Uccellini a quelle di Telemann. Per concludere la serata d’esordio, il trio eseguirà la suggestiva Toccata VII di G. Frescobaldi e la brillante Sonata K 517 di D. Scarlatti per clavicembalo solo.
Il 5 Settembre la serata sarà invece dedicata a Giacomo Casanova con lo spettacolo: Mio caro Casanova...Lettere d'amore e di amicizia, con musiche di Vivaldi, Anonimi veneziani, Hasse, eseguite da Francesco Colletti e Federico Brigantino ai violini, Paolo Rigano all’arciliuto e Cinzia Guarino al clavicembalo.
 
Nel corso di quest’ultima serata si esibiranno anche le due attrici Silvia Di Giovanna e Fabiola Arculeo che interpreteranno otto delle molteplici autrici delle epistole, alcune delle quali lasciate volutamente piene di errori ortografici, sgrammaticate o traslate direttamente dal dialetto, per non alterarne l’autenticità.
 
Grande ruolo nello spettacolo avrà la musica di Vivaldi, Anonimi veneziani e Hasse, allo scopo di rivivere l’atmosfera settecentesca. Con queste premesse la rassegna non potrà che riscontrare un enorme successo.
 
                                                                                                              Lavinia Alberti

sabato 25 luglio 2015

Il Jazz di Bollani


Stefano Bollani, classe 1972, può essere definito insieme ad altri talentuosi artisti della sua generazione (Paolo Fresu, Stefano Di Battista) una vera e propria star del jazz. Il mago della tastiera, come più volte è stato definito, si esibirà nei mesi di luglio, agosto e settembre nelle varie città d’Italia, nella dimensione del “Piano Solo”, modo in cui il musicista sa esprimere meglio il suo talento.
Approcciatosi per la prima volta al piano all’età di sei anni, Bollani muove i suoi primi passi nel mondo musicale del jazz alla fine degli anni ‘80, per affermarsi in toto a metà anni ‘90. Sin dai primi anni della sua attività collabora con talenti del mondo jazzistico e non solo, si pensi a Gato Barbieri, famoso per il suo sax, a Richard Galliano, a Giovanni Sollima, e ancora a Enrico Rava, il cui sodalizio artistico cominciò nel 1996.

                               

Il suo stile è davvero particolare, come lo è il suo modo di approcciarsi al piano: sembra quasi che il musicista non si limiti solo a suonare il suo repertorio, ma che interpreti la parte del suonatore di jazz, immedesimandosi come un attore. In fondo che cos’è un musicista se non colui che, come un attore, interpreta il repertorio in maniera del tutto personale ed intima, calandosi totalmente in ciò che sta facendo suo?


In effetti Bollani fa tutto ciò, e lo fa forse in maniera ancora più evidente degli altri compositori. Cifra costante del musicista è infatti questo rapporto privilegiato con la tastiera, questo gioco a due, del quale sembra anche compiacersi. Quasi tutte, per non dire tutte le sue esibizioni, prevedono una sorta di messa in scena delle sue performance; queste ultime sono caratterizzate infatti da un vero e proprio studio mimico-gestuale oltre che compositivo, che lo vedono prima sedersi di fronte al piano pronto per esibirsi, poi iniziare il suo repertorio, interrompere per dei secondi piegato in avanti sul piano, per poi riprendere nuovamente; il pubblico lo sa, fa parte del suo stile, e forse è anche per questo che ha così tanto seguito (oltre ovviamente che per il suo talento).
Sembra quasi che con questi suoi giochi mimico-musicali non solo consideri il lato ludico dell’esibizione, se così si può dire, ma tenga sospesi gli spettatori, aumentando così la suspence e le emozioni ad essa connesse. Nelle esibizioni con il piano solo, prevale un Bollani eclettico, che mescola spesso stili e epoche musicali, “iperattivo” musicalmente: un vero e proprio prestigiatore della tastiera il cui scopo sembra quello di mostrare il suo virtuosismo e al contempo intrattenere il suo pubblico. Come si diceva prima, egli si comporta proprio come gli attori e gli artisti in generale: incanta con la sua abilità la platea, ed è per questo che il pubblico ogni volta sceglie di premiarlo con una partecipazione e coinvolgimento sempre maggiori.
Bollani dunque può senza dubbio essere considerato uno dei jazzisti più importanti nel panorama odierno, il corrispettivo italiano di jazzisti del passato come gli statunitensi Thelonious Monk, Bud Powell e John Lewis.
Questi gli appuntamenti:
Milano – 16 luglio, MiTo Teatro degli Arcimboldi, Viale dell’innovazione, ore 21
Roma – 19 luglio, Auditorium Parco della musica, Viale Pietro de Coubertin, ore 21
Udine – 20 luglio, Castello, Piazzale del Castello, ore 21.30
Palermo 12 agosto, Teatro della Verdura, Viale del Fante, ore 21.30


                                                                                                        Lavinia Alberti

domenica 28 giugno 2015

Un mito durato cinquant'anni


Era il lontano 28 giugno 1965. Esattamente mezzo secolo fa nasceva la band destinata a diventare una delle più popolari al mondo: quella dei Beatles. Il gruppo nasce ufficialmente nel ‘62, ma è con le esibizioni successive che avviene il loro exploit. Dopo un lungo tour nelle varie parti d’Europa, passando da Amburgo, a Stoccolma, fino alla città australiana di Melbourne, i ragazzi di Liverpool in quei giorni approdarono in Italia lanciando il loro primo singolo "Love Me Do". I favolosi quattro, ‎John Lennon, ‎George Harrison, ‎Paul Mcartney e Ringo Starr, proprio tra il 24 e il 28 giugno suonarono davanti a migliaia di persone al Velodromo Vigorelli di Milano. Non sapevano ancora che quel primo disco, attirando le ragazzine e i giovani dell’epoca sarebbe entrato nella storia del rock.
 

 
 
I primi passi della band nel mondo musicale del rock e nella Londra degli anni ’60 non furono eccessivamente fortunati, anzi, a dire il vero, tutt’altro; i londinesi pensavano infatti che si trattasse di uno dei tanti gruppi dell’epoca. Inizialmente il quartetto rock si esibì nei locali notturni di Londra, e in particolare in un locale della Mathew Street, il Cavern Club, e nei dintorni della città attirando qualche decina di persone; con la loro grinta e disinvoltura sul palco, pian piano i Beatles cominciarono a riscontrare sempre più successo grazie anche all’orecchiabilità delle loro canzoni, a uno stile sempre più coinvolgente e seducente e al loro look da ragazzi “alla moda”.
 
 Come ogni gruppo determinato e di talento tuttavia ci vollero mesi, anzi, anni prima che diventassero quello che rappresentano oggi.
 
Inizialmente il loro successo fu dovuto anche al fatto che durante le loro esibizioni non avevano in mente una scaletta, un numero preciso di canzoni da suonare, un ordine con cui eseguire il loro repertorio. Durante ogni concerto, tra un brano e un altro la band era solita fare delle battute di spirito improvvisate, sulla base di ciò che accadeva intorno a loro: fu proprio questo elemento di imprevedibilità ad attirare la gente e a trascinare le folle.
 

 Cifra costante dei Beatles era il loro carattere ironico e, come già detto, l’imprevedibilità, tant’è vero che spesso cambiavano le parole e gli accordi a loro piacimento. Ciò da cui fu colpito il pubblico, fu anche la straordinaria capacità di Paul alla chitarra, la sua memoria, dato che ricordava alla perfezione i testi delle canzoni che eseguiva. In seguito, con le apparizioni televisive negli show musicali, e grazie alla loro immagine innovativa, alla pettinatura, ai vestiti, i Beatles conquistarono subito un vasto seguito tra gli adolescenti inglesi e non solo. Nel giro di poco tempo richiamarono col loro talento un vasto pubblico formato in gran parte da frenetiche ed entusiaste ammiratrici.
 
Man mano che passarono gli anni il successo dei Fab Four diventò sempre maggiore. Riuscirono a coinvolgere tutti indistintamente, non solo l’elite londinese; grazie alla loro musica martellante, al loro nuovo aspetto estetico, originale per quei tempi, divennero dei veri e propri idoli del genere musicale e delle icone destinate a rimanere impresse nelle menti e nelle vite di tutti, non solo nella generazione che ai tempi era poco più che adolescente. L'aura che circondava queste icone, fece nascere una vera e propria Beatlemania, il cui acme durò dieci anni, dal ’60 al ’70.
 
Il fenomeno dei Beatles fu nel giro di poco tempo al centro delle attenzioni mediatiche, colpendo indistintamente giovani e meno giovani, addetti ai lavori e non. A proposito di ciò William Mann, giornalista del Times così commentò il loro successo: «I compositori inglesi più straordinari del 1963 sono, a tutti gli effetti, John Lennon e Paul McCartney [... ] le settime maggiori e le none si integrano così bene nelle loro canzoni da far pensare che armonia e melodia nascano insieme ».
 
Il loro punto di forza era il ritornello, una linea melodica semplice e piacevole, (fatto di basso, batteria e due chitarre); nella loro band non c’era una gerarchia, proprio perché tutti e quattro i componenti del gruppo sapevano cantare. Altro elemento che caratterizzava i Beatles, era il fatto che erano giovani che comunicavano, oltre che con la loro musica, con le loro espressioni e la loro gestualità una vitalità ed energia in grado di trascinare emotivamente. I Beatles hanno rappresentato dunque non solo un punto di riferimento musicale per le generazioni del passato e attuali, ma un punto di riferimento in senso lato, avendo influenzato anche abitudini, look e comportamenti.
 
Chi avrebbe mai immaginato che quelli sarebbero stati giorni decisivi per il successo dei Beatles e che avrebbero cambiato le loro vite. Ancora oggi essi rappresentano una leggenda, un mito, il cui repertorio è destinato ad essere ascoltato per almeno altri cinquant’anni.   

 



                                                                                                      Lavinia Alberti





                                                                                                                                                                                                                                                                             

lunedì 18 maggio 2015

L'eterna giovinezza

 
Dopo La grande bellezza (2013), film col quale Sorrentino si è portato a casa un Oscar, questa volta il regista napoletano ha scelto di portare sul grande schermo un film diverso ma che per certi aspetti lo può ricordare, Youth.
Passando dalle terrazze romane del precedente film agli ambienti alpini svizzeri, questa volta il regista  sceglie di trattare un tema più “scomodo” e di difficile trattazione, poiché il nuovo film tratta della vecchiaia e del tempo che passa. In realtà non c’è solo questo ma molto altro. Sì, perché il regista tratta temi per certi aspetti speculari: la vecchiaia e la giovinezza, l’amore e la morte, l’apatia e il desiderio, il piacere e la sofferenza. Il tema direttamente correlato ad essi, o meglio, il filo sottile che lega tutti questi è lo scorrere del tempo, tema caro al regista, che lui stesso ha definito quasi un’ossessione; a tal proposito ha detto infatti che esso «E’ l’unico soggetto possibile, l’unica cosa che ci interessa veramente, quanto ne passa e quanto ce ne rimane. Ma a qualsiasi età se si riesce a mantenere uno sguardo sul futuro si può essere giovani. Per questo è un film molto ottimista». Sorrentino ci mostra diverse sfaccettature e declinazioni non solo della sofferenza, ma anche e soprattutto della giovinezza: c’è quella della figlia del protagonista, psicologicamente distrutta perché appena lasciata dal marito, quella idealizzata di Miss Universo, quella spaesata che esprime un giovane attore, infine quella rimpianta da parte dei due amici.
 
Protagonisti del film sono Fred e Mick, due amici di vecchia data, rispettivamente un musicista e un regista che ormai ottantenni decidono di passare un breve periodo della loro vita in un lussuoso hotel ai piedi delle Alpi. Entrambi affermati nel loro campo si raccontano le proprie paure e ansie ma anche i propri desideri e progetti, soprattutto il regista, che annuncia a Fred l’idea di girare il suo prossimo film.
Il film inizia in medias res, descrivendo le varie altre attività che avvengono all’interno dell’hotel; le immagini iniziali coinvolgono sinesteticamente lo spettatore, come in un sogno, tanto che non ci si accorge quasi dell’inizio.
 Di certo non è nuova neanche l’idea di ambientare l’intero film in un hotel: già Resnais  in L’anno scorso a Marienbad aveva ambientato il proprio film in un lussuoso e asettico hotel, Kubrick aveva fatto altrettanto in Shining, e ancora Fellini in Otto e mezzo, il cui riferimento in questo caso è molto esplicito (proprio per le scene ambientate nelle terme, per l’idea del regista che non riesce a girare il suo film, e le atmosfere festive). Un altro modello di riferimento, anche se di non immediata associazione, sembra essere Bergman che ne Il posto delle fragole, benché in maniera più spartana sia dal punto di vista della scenografia che da quello musicale, aveva affrontato il tema della vecchiaia e del tempo che passa.
 
 
                  
 
La figura di Fred, magistralmente interpretata da Michael Cane, è ben resa; soprattutto lo sono le intensioni psicologiche ed emotive, il modo in cui caratterizza i suoi stati d’animo: apatia, rassegnazione all’inizio, ma anche fiducia e amore per la vita in un secondo momento. Il suo è un personaggio molto profondo: in preda ai pensieri e ai continui tormenti, sembra quasi isolarsi in un mondo fuori dalla realtà in cui non gli manca nulla apparentemente ma in realtà percepisce un vuoto interiore, di senso; all’apparenza sembra sia solo un po’ apatico, come viene definito più volte dalla figlia che lo accusa continuamente di essere stato sempre assente dalla sua famiglia pensando solo e soltanto al suo mondo: la musica. In realtà egli, benché abbia un amico, vive perennemente proiettato all’indietro, ricordando la moglie che ha lasciato in lui un vuoto incolmabile.
 
                                        
 
 
Nel corso del film, sembra quasi che il protagonista non viva più il presente ma che rimanga ancorato a un passato che non ritornerà mai più. A conferma di ciò vi è il fatto che i dialoghi con l’amico-regista e i suoi stessi pensieri non sembrano mai riferirsi alla contemporaneità, ma solo al passato.
Se la prima parte può risultare un po’ lenta e coinvolgere poco lo spettatore (almeno a una visione superficiale e poco attenta), la seconda sembra invece recuperare un po’ l’attenzione di quest’ultimo. Nel corso del film un ruolo importante che non va di certo sottovalutato è affidato alla colonna sonora, che contribuisce a far comprendere meglio il messaggio filmico e a coinvolgere emotivamente il fruitore.
Per Sorrentino quello del commento musicale è un ruolo importantissimo, e per questo diviene cifra costante del suo cinema; è un elemento imprescindibile e ineludibile senza il quale verrebbe meno il significato, o quasi, dell’intera opera. Non a caso anche nel precedente film la musica aveva svolto un ruolo fondamentale; se tuttavia ne La Grande bellezza essa aveva la funzione di rendere meglio la decadenza della società romana, in questo caso, specie nella parte finale, essa assume una funzione più intimistica: far comprendere i diversi stati d’animo che il musicista vive.
Con Youth Sorrentino vuole certo dirci che nonostante il tempo che passa e la vecchiaia che incombe, si può sempre ricominciare a vivere, cambiare prospettiva e approccio di fronte a ciò che ci circonda. Le parole del regista a questo proposito sono illuminanti: «è un film molto personale, intimo, scritto e pensato in poco tempo. Il mio messaggio è semplice: con il passato non si è liberi perché è andato, con il presente lo si è poco, ma il futuro, anche se breve, è la più grande prospettiva di libertà che abbiamo». In altre parole ciò che vuole dire è che solo avendo sempre occhi nuovi, curiosità verso ciò che ci circonda saremo sempre giovani.

                                                                                                                                                                                                 Lavinia Alberti