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domenica 27 maggio 2018

Buzzanca a Palermo per girare un nuovo film: “Non toccate questa casa!!!”


Una commedia tra il fantasy e il noir, di cui Manfredi Russo è il coregista




Ore 11 del mattino, giornata afosa e un sole abbagliante. Un uomo in camicia e jeans cammina lungo la riva della tonnara Bordonaro; neanche il tempo dell’arrivo della troupe che alcuni bagnanti riconoscono il soggetto: Lando Buzzanca.

L’attore siciliano in questi ultimi giorni di maggio ha scelto proprio Palermo e in particolare questo fascinoso luogo marino per girare il suo prossimo film intitolato “Non toccate questa casa!!!”.

La prima scena della mattinata è affidata proprio a Buzzanca, nei panni di uomo inquieto e interiormente lacerato, come se qualcosa gli sfuggisse dalle mani. Pochi minuti e via per il secondo ciak; questa volta l’attore palermitano non recita da solo dando le spalle al mare ma dialoga con una donna misteriosa: Francesca della Valle, donna nei confronti della quale mostra un’immediata intesa, tanto da non aver bisogno di rifare la scena. Non così si può dire per i successivi ciak, dal momento che i bagnanti sembrano non essere particolarmente perspicaci nel capire che per poter girare la scena non devono entrare in acqua. Ma le successive scene filano lisce, per fortuna.

Si tratta di una commedia noir e fantasy, scritta dallo sceneggiatore Giuseppe Romano, ambientata tra Bisacquino e Palermo, interpretata e diretta dallo stesso Buzzanca insieme a Manfredi Russo (coregista del lungometraggio). Personaggi centrali del film sono anche Francesca Della Valle (coprotagonista e compagna artistica, oltre che di vita di Buzzanca) e Maria Scicchigno (cantante).

La Direzione della fotografia è stata affidata invece a Pina Mastropietro, mentre l’assistente alla regia è Serena De Marzi, i direttori del suono Roberto Garilli, Seregni Steri e Veronica Randazzo. Il montaggio è stato curato da Davide Pellegrino; i costumi infine sono di Barbara Anselmo.

La storia è quella di Rocco Malfione, un uomo appena uscito dal carcere Ucciardone impelagato in vicende di mafia, di miseria e sentimenti, che troverà una via d’uscita “miracolosa” ai suoi problemi. 

Un lungometraggio di cui il coregista Russo si ritiene soddisfatto. "Per me essere stato chiamato dalla Production Buzzanca Della Valle, quale aiuto regia del Maestro Lando Buzzanca è un grande onore. Lavorare sul set con un Grande Maestro come Lando, ti consente di illuminare i pali degli infiniti viali della conoscenza. Riesce ad infondere la sua Arte partendo da un lavoro di verità del personaggio, è nella parte non soltanto quando da le battute con la voce, ma anche quando le tira fuori dall' anima riflettendole nella sua magnifica maschera. Altamente professionali anche tutte le altre figure tecniche che hanno preso parte a questo progetto".







Lavinia Alberti


giovedì 26 aprile 2018

“Wsk-The Soundtrack”: il palermitano Salvo Ferrara firma la colonna sonora della serie noir


Un lavoro psichedelico e multisensoriale al centro della web serie del mistero, tra il sintetico e gli strumenti reali






< Mi affido alla musica, che parla a tutti e tutto riesce a descrivere, al di là dei recinti immaginari che chiamiamo «generi» […] E’ la materializzazione di questo mood, è la chiave d’interpretazione del mondo contemporaneo che con le mie composizioni cerco di rappresentare nel modo più diretto possibile, senza alcuna preclusione estetica. La musica, come dice Bjork «non è una questione di stili, ma di sincerità'». La sincerità necessaria a mutare le emozioni in un rincorrersi di suoni. Un rischio attraente, forse una sfida da incoscienti >.

Questo il punto di vista del compositore siciliano Salvo Ferrara, che con le sue composizioni – venute fuori tanto da una formazione classica quanto contemporanea - si propone di andare oltre ogni schema preconfezionato e oltre ogni standardizzazione sonora.

Al centro di questa anticonvenzionalità musicale è Wsk-The Soundtrack", suo ultimo lavoro discografico, realizzato in seguito al successo della colonna sonora composta per l’omonimo prodotto cinematografico noir: una web serie dal titolo “Wsk – The Series” diretta dal giovane regista palermitano Alois Previtera e prodotta da Social Movie Production e Poikilia.

Si tratta di un album molto eclettico, in cui si fondono sonorità elettro-grunge ed atmosfere psichedeliche arricchite da cori, pieni orchestrali ed organi liturgici. Diciannove le tracce che lo compongono e cinque le note del tema principale che rimarcano il senso di inquietudine, mistero e suspance del progetto.

Peculiarità dei brani in questione è la continua alternanza di pause e tensioni e di contaminazioni sonore, realizzate attraverso il sovrapporsi di strumenti reali sui contributi elettronici. Un sound finalizzato dunque a ricreare uno specifico mood, in funzione delle immagini, i cui ritmi sono scanditi da drum machines, da timbriche di riempimento e da sequenze mixate, queste ultime arrangiate e prodotte dallo stesso Ferrara, con la collaborazione di Cristiano Nasta.

Già apprezzata in diversi contest internazionali e vincitrice del premio “Best Editing” al Sicily Web Festival del 2017, la serie, ideata e scritta da giovani cineasti siciliani e palermitani in particolare, rappresenta una novità nel panorama cinematografico emergente contemporaneo grazie alla sua carica emotiva, le ambientazioni noir e l'incalzante ritmo narrativo.
Il compositore palermitano collabora ormai da diversi anni con filmmakers, documentaristi di fama e prestigiose istituzioni culturali, tra cui il Museo Salinas di Palermo, per il quale ha di recente composto le musiche di un videoclip per la presentazione della nuova Agorà.
Un progetto che parte dalla Sicilia, che si inserisce nell’anno in cui la città di Palermo diventa Capitale Italiana della Cultura, che sarà destinato per questo ad avere un respiro internazionale.



Lavinia Alberti

giovedì 18 gennaio 2018

"Indictus": la prima web serie interamente ambientata in Sicilia, tra i Borghi madoniti


A partire dal 18 gennaio la serie, composta da 7 episodi, sarà visibile sul canale You tube





Luoghi fiabeschi, intrecci di storie legate a uomini ignoti in un contesto che è quello di un meridione di mille anni fa, avvolto nei borghi della Sicilia.
Sono queste le linee guida di Indictus (il non detto), la prima web serie italiana ambientata nel Medioevo e interamente girata nelle Madonie, precisamente nei tre Borghi più Belli d’Italia, Sperlinga, Gangi e Geraci Siculo, insieme a Petralia Sottana, Marsala, Caltavuturo, Caccamo e Pollina. Luoghi pieni di storia, tradizioni e cultura, in passato centro di importanti scambi commerciali nel Mediterraneo, per secoli dimenticati. 
Al centro della serie – articolata in 7 puntate, ciascuna della durata di 10 minuti circa - ci sono lo scontro tra Arabi e Normanni avvenuto nell’XI secolo in Sicilia, le dinamiche politico-religiose che portarono alle Crociate e la leggendaria battaglia di Cerami del 1063, fulcro e origine dello scontro tra Oriente e Occidente, riletti però in chiave moderna.
Indictus è la terra di nessuno, che non appartiene a nessuno, fortemente ambigua: aperta al cambiamento ma al contempo in balìa di conquistatori stranieri. Il titolo infatti, come spiega il regista, rappresenta una chiara volontà di definire, sia in senso negativo che positivo, la terra di Trinacria «La Sicilia è la terra di nessuno: lo è stata storicamente, e lo è ancora. Storicamente è stata un crocevia di popoli, che se la sono sempre contesa. Adesso la Sicilia è ancora la terra di nessuno, sia perché ci si prende delle libertà dal punto di vista politico e sociale, sia perché c’è una convivenza positiva di diversi popoli».

L’idea di questa serie scritta da Marianna Lo Pizzo nasce, a detta di Dinolfo, dalla volontà di far conoscere anche agli stranieri (e ovviamente agli stessi siciliani) la bellezza dei borghi medievali siciliani, unici nel loro genere.  “Le mie radici si sono nutrite del tempo passato nei borghi delle Madonie, luoghi che hanno formato la mia visione del mondo e delle cose, da questa terra ho mosso i primi passi di un viaggio lontano, per imparare e conoscere, sono tornato per realizzare questa mia opera prima narrativa. Un racconto, una storia, un pretesto per far vedere tutta la bellezza disarmante di un territorio che io ho vissuto e molti non conoscono”.
Una serie che non poteva uscire in un periodo migliore; quest’anno infatti Palermo è Capitale Italiana della Cultura, e “Indictus | La Terra è di Nessuno” rappresenta da questo punto di vista un importante tassello: “un’opportunità di presentare una nuova immagine della Sicilia all’estero, un racconto epico leggendario che affonda le radici nella Storia meno nota e che si allontana nettamente dall’idea di una terra dilaniata dalla mafia, per restituire all’Isola il suo passato ricco di storia e di cultura”.
Il punto di forza di questa serie, interamente recitata in italiano e sottotitolata in inglese e arabo, sta proprio nell’interattività: l’utente infatti durante ogni puntata ha la possibilità di scoprire, in qualsiasi momento dello streaming, un frammento di “ciò che non è stato detto”, durante la visione, con digressioni narrative chiamate appunto indictus. 
Grazie a questo connubio di format, regia e fotografia eccellenti, e al tema trattato (lo scontro oriente-occidente, ancora attuale) ci sono tutti gli elementi per poter dire che Indictus sarà una serie web di sicuro impatto e coinvolgimento anche per i più giovani.
La serie pensata e ideata dal giovane regista Francesco Dinolfo, di origini madonite - co-prodotta da IDA e Reverse Agency e realizzata con il sostegno di Sicilia Film Commission nell’ambito del programma “Sensi Contemporanei” - debutterà il 18 gennaio su YouTube. 
Non resta dunque che sintonizzarci sul canale per vivere la magia delle atmosfere medievali, tra duelli, combattimenti, spade e cavalli, castelli medievali e panorami mozzafiato, per ricordarci che la Sicilia è sì oggi una terra dilaniata dalle contraddizioni ma con un passato da crocevia di storia e cultura, ruolo che nonostante tutto oggi continua a rivestire.

Lavinia Alberti



giovedì 13 ottobre 2016

Quel “Café Society” tanto caro ad Allen… 














Amore, nevrosi e sguardo nostalgico verso la mitica Hollywood degli anni ‘30. Sono questi gli immancabili ingredienti del nuovo film di Woody Allen.
Sin dai titoli di testa (con il brano The Lady is a Tramp) riconosciamo subito la firma e l’inconfondibile stile del regista newyorkese: musica jazz, sfondo nero e caratteri bianchi. In questo film, come in quasi tutti i suoi lungometraggi lo spettatore può riconoscere le stesse tematiche, le stesse dinamiche sentimentali, le stesse suggestioni e atmosfere nostalgiche, la stessa passione per New York e per le famiglie ebraiche.
E’ dunque la colonna sonora che sin dal principio incornicia perfettamente a ritmo di swing tutti questi elementi filmici, il cui contrappunto conferisce quel sapore retrò alla pellicola, quell’atmosfera tipica degli anni d’oro di Hollywood.
Al centro della pellicola (47esima) del regista, vi è la storia di Bobby, giovane ebreo newyorkese (Jesse Eisenberg) il quale giunto nella celebre e divistica Hollywood si innamora di Vonnie (Kristen Stewart) segretaria nell’ufficio in cui lavora lo zio del ragazzo, Phil (Steve Carell) ricco e famoso agente di attori, personaggio che si rivelerà, sempre per mano del “destino” (se così si può chiamare) centrale nella relazione amorosa dei due giovani.
Dopo diverse vicissitudini e giochi d’ironia della sorte (veri e propri leitmotive delle pellicole alleniane) Bobby e Vonnie - in seguito ai loro rispettivi matrimoni e a una vita apparentemente soddisfacente - vivranno in uno stato di confusione, di “bipolarità”: nostalgia per un amore passato o voglia di guardare avanti? Entusiasmo per il nuovo o rimpianto?
 E’ proprio attorno a queste antinomie che si sviluppa Café Society, reso particolarmente fluido e piacevole dalla trama, che avvolge lo spettatore con le sue dinamiche di routine sentimentali; a dare un valore aggiunto al film è inoltre la fotografia di Vittorio Storaro, che con la sua luce calda e ammaliante (altra peculiarità alleniana, sia che si tratti di film in pellicola che in digitale, come in questo caso) conferisce quel tocco di retrò tanto caro al regista newyorkese. Sin dalle prime inquadrature ciò che si coglie infatti è questa maestosità del colore, che inonda le scene rendendole più intimiste e talvolta ironiche. Impeccabile e di grande arguzia è inoltre (come sempre) la sceneggiatura, carica di ironia (specie nei confronti della religione ebraica), dietro le cui battute di Bobby (alter ego del regista) sembra di sentire la voce di Allen.

Café Society
è insomma tutto questo, un amalgama di sentimenti: amore, paura, amarezza, gioia, sensi di colpa. E’ un film in cui come sempre il regista ci pone di fronte alle grandi questioni (sentimentali) della vita: accettare la nostra quotidianità così com’è, piena di problemi, di rimorsi e contraddizioni - ma pur sempre autentica e colta in tutta la sua dignità - oppure volerla priva di tutto questo ma in fondo non autentica?
 



                                                                                                                                         Lavinia Alberti



mercoledì 17 febbraio 2016

L'ultima parola - la vera storia di Dalton Trumbo

Dopo Candidato a sorpresa, film su un uomo politico la cui figura era al centro dei media digitali, ancora una volta Jay Roach sceglie di affrontare un film dai temi politici e sociali e di portare sul grande schermo la storia di un uomo dai grandi ideali, prima ancora che di un grande sceneggiatore.



Il film, basato sulla biografia di Trumbo (di
Bruce Alexander Cook), racconta la vita di uno dei più famosi sceneggiatori di Hollywood, Dalton Trumbo, magistralmente interpretato da Bryan Cranston, candidato agli Oscar 2016 come miglior attore; il cast vede interpreti di grande talento: da Diane Lane nel ruolo di Cleo Fincher Trumbo a Helen Mirren perfetta nei panni della giornalista anticomunista e promotrice delle idee americane, fino a Michael Stuhlbarg interprete di Edward Robinson.
Ambientato negli anni d’oro di Hollywood, del maccartismo, della Guerra Fredda e in quelli in cui si dava la caccia ai comunisti considerati dei poco di buono, per non dire delle figure socialmente “devianti”, la pellicola focalizza l’attenzione sulla carriera del talentuoso sceneggiatore. Marchiato nella lista nera insieme ad altri nove collaboratori della sua troupe per le sue idee comuniste, egli subirà una battuta d’arresto cui non si rassegnerà.
 Il regista con questo film sceglie dunque di raccontare la storia di uomo disposto anche a pesanti compromessi pur di portare avanti i propri ideali e valori morali e di smantellare i vecchi sistemi e pregiudizi classisti. Trumbo benché in tempi bui e in maniera insolita riuscirà a conquistare ben due Oscar: per la sceneggiatura di Vacanze romane (1954) e de La più grande corrida (1956).
Il film attraverso l’alternanza di filmati d’epoca e scene girate in set non sceglie solo di mostrare l’aspetto politico e ideologico di questo personaggio ma anche altre sfaccettature; diverse sono infatti le scene di vita familiare in cui appare il volto più “umano” del protagonista e si entra in punta di piedi nel suo delicato equilibrio familiare così da percepire come anche questa sfera sia stata “lacerata” dalle scelte politiche dello sceneggiatore. Il vissuto di Trumbo è dunque quello di un uomo continuamente sotto accusa e giudizio, desideroso di giustizia sociale e voglioso di liberarsi dai fardelli e i pregiudizi della società degli anni del dopoguerra.

La pellicola la cui durata è di poco più di due ore, è ben congegnata dal punto di vista registico. Anche la fotografia curata da Jim Denault è eccellente per non parlare della colonna sonora composta da Theodore Shapiro, le cui note jazz (fondendosi con la “sonorità” del battito della macchina da scrivere) aprono i titoli di testa accompagnando le immagini del protagonista. Il repertorio jazz benché marginale, ha una sua ciclicità: viene applicato nei titoli di testa per presentare il carattere del protagonista, energico e stacanovista, e riproposto nei titoli di coda, accompagnato questa volta a immagini di repertorio.
La storia di Dalton Trumbo fa riflettere su come a volte l’umanità e in questo caso una nazione come l’America (che da sempre si è vantata del suo essere democratica) sia stata invece capace di etichettare, classificare solo per appartenenze politiche e ideologiche; è un film che mostra il trionfo dei vinti e della moralità che dimostra come l’arte non possa avere vincoli o essere asservita ai regimi, proprio perché essa è per sua natura espressione di libertà e creatività.

Lavinia Alberti




venerdì 22 gennaio 2016

La Corrispondenza: una riflessione tra eros e thanatos


Dopo La Migliore offerta, film sull’ambiguità di ciò che è e ciò che appare, nell’arte come nell’amore, e sull’ “ossessione” di un uomo per una donna, questa volta Tornatore ha scelto di portare sul grande schermo un film dal tema molto originale e per certi versi suggestivo.
 
L’opera (sulla scia dei precedenti filoni come Una pura formalità o La sconosciuta) nasce dall’adattamento cinematografico del suo omonimo romanzo e affronta due grandi temi, che se apparentemente possono sembrare distanti anni luce, sono in realtà più vicini di quanto non si pensi, due volti della stessa medaglia: l’amore e l’infinito delle galassie, la cui corrispondenza è sempre esistita e mai si dissolverà, in quanto l’una intrisa nell’altra.





Il film racconta la storia di Amy Ryan, una studentessa di astrofisica (il cui ruolo è magistralmente interpretato da Olga Kurylenko) ed Ed Phoerum, un professore di astrofisica sessantenne (interpretato da Jeremy Irons) le cui vite pian piano si intrecceranno in una profonda e simbiotica relazione amorosa, fatta di molte distanze (sms, chat e video) e poche presenze. La loro sarà una vera e propria corrispondenza, una fitta, intensa e commovente corrispondenza, il cui legame iniziato con degli incontri sporadici, proseguirà poi, al di là delle presenze fisiche e non verrà mai spezzato. Si tratta dunque di un’unione fatta di sentimenti, passioni, cultura condivisi, senza tempo e senza età”, priva di barriere e limiti, che solo i mortali vedono e percepiscono come tale. Una storia che si sviluppa con una gradualità il cui amore, da fisico diventa telematico e infine quasi “platonico”, tanto da proseguire oltre i confini del visibile.
La protagonista vede infatti continuare questa corrispondenza virtuale attraverso le tante missive che lui le fa pervenire anche dopo un evento decisivo, con l'aiuto di una serie di "complici" e del piano di consegne scadenzato del servizio postale.
 
Un film abbastanza lungo, com’è nello stile del regista bagherese; a tratti “ripetitivo”, il film propone sequenze più o meno accattivanti, ma nello stesso tempo è pieno di sorprese, coinvolgendo dall’inizio alla fine; esso è capace di commuovere senza però risultare stucchevole. Merito di questo coinvolgimento è senz’altro dovuto anche alla colonna sonora, affidata alla partitura del Maestro Ennio Morricone che, seppure in sordina, è capace ancora una volta di dare quel tocco di sinuosità alla pellicola.


Ciò che colpisce e rende sui generis l’opera dal punto di vista registico è proprio questa analogia tra il cosmo, o meglio l’astrofisica e gli esseri umani; infatti, così come le stelle che vediamo nel cielo, brillano più che mai e sembrano nel loro pieno fulgore nonostante siano già morte da milioni di anni, anche noi esseri umani dopo la morte continuiamo a brillare, proseguiamo il nostro viaggio, al di là della presenza fisica su questa Terra.
L’intento del regista con questo film sembra palese: quello di far riflettere tramite la lente della storia d’amore su un tema più grande: tutti su questo mondo abbiamo la nostra corrispondenza, il nostro personale legame con qualcuno; le nostre relazioni non finiscono con la morte della fisicità, del corpo, ma vanno oltre; rimane di noi qualcosa, una scia eterea, proprio come se fossimo stelle.

                                        

Lavinia Alberti

venerdì 11 dicembre 2015

"In the Closet", l'app serie ideata da tre giovani palermitani


Quando si parla di web serie la maggior parte tende a pensare a un prodotto televisivo americano in varie puntate distribuito su reti locali e nazionali, o meglio a un prodotto fruibile solo in determinati contesti e luoghi, dunque vincolante al mezzo materiale: il televisore o il computer.
Il concetto di web serie nasce in epoca relativamente recente, nel 2010 circa; solo negli ultimi anni essa è andata via via migliorando i suoi format e i suoi canali distributivi, divenendo un fenomeno virale.  La novità su questo fronte è giunta proprio quest’anno. A partire da settembre, infatti, un gruppo di giovani palermitani ha deciso di innovare ulteriormente il concetto di web serie, lanciando una novità assoluta: l’app serie. Si tratta di un progetto che ha comportato la messa in gioco di creatività, sperimentazione e originalità.
 E’ così che unendo entusiasmo e passione per il racconto tre palermitani, (la Cinefila trinità, come amano definirsi) Ninni Palma (regista), Daniele Lupo (sceneggiatore) e Salvatore Allotta (post-produzione), hanno ideato una serie divisa in puntate da vedere direttamente su un’app apposita.
Il protagonista, un uomo misterioso interpretato dall’attore Davide Ruggiano, farà i conti con i segreti inconfessabili di cinque personaggi, in una trama avvincente in cui nulla è come sembra.
Andando oltre il canonico Youtube, la piattaforma per eccellenza delle web serie, offrirà agli utenti un’esperienza innovativa. Sull’app infatti saranno visibili tutte le puntate, oltre le quali saranno presenti anche contenuti extra ed interessanti approfondimenti.
“In the Closet”, questo il nome della prima app serie prodotta dai tre giovani artisti, sarà divisa in 50 episodi. Si tratta di una serie drama-thriller girata interamente in un unico ambiente.
Cifra peculiare di questi episodi saranno inconfessabili segreti che stravolgeranno le vite dei protagonisti, costruendo una trama avvincente in cui nulla è come sembra.
Con queste premesse il progetto non può che essere molto stimolante, come emerge dalle dichiarazioni degli artisti: «In una società smartphonecentrica come quella italiana abbiamo deciso di creare qualcosa che ci permettesse di entrare proprio nelle tasche degli spettatori» spiega lo sceneggiatore Daniele Lupo. «Abbiamo voluto dar vita a qualcosa di diverso. Ogni utente potrà avere sempre con sé l’app serie e potrà decidere quando vederla e fruire di contenuti inediti in una nuova forma» continua il regista Ninni Palma. L’app serie sarà disponibile dai primi giorni di dicembre in modo totalmente gratuito.


           
                                                                                                             Lavinia Alberti

lunedì 2 novembre 2015

Quarant'anni senza l'intellettuale corsaro



2 novembre 1975: sono già passati 40 anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, scrittore, poeta, sceneggiatore, regista, autore che può essere considerato senza dubbio uno degli intellettuali più controversi nel panorama culturale italiano.
Accostandosi a questa figura, ciò che non si può fare a meno di notare sono l’ “ingenuità” e la sensibilità con cui egli si accostava al mondo; cifra peculiare del poeta era infatti il porsi dalla parte dei più umili e delle classi più disagiate, dei “diversi”, cui certamente egli riservava proprio per il tormentato vissuto personale tutta la sua solidarietà. Non è un caso dunque se egli si poneva dalla parte di questi ultimi; il sottoproletariato infatti rappresentava per il poeta friulano l’unica classe che ancora manteneva una propria spontaneità e genuinità, al contrario della classe borghese che egli criticava aspramente, e ciò si coglie molto bene sia nei suoi film, che nei suoi testi poetici e letterari. Marxista politicamente e socialmente impegnato, Pasolini aveva fatto della lotta al consumismo e alle ipocrisie borghesi una vera e propria missione.


Si può certamente affermare che con Pasolini l’Italia ha perso 40 anni fa non solo un pezzo di storia ma il contributo delle sue idee di intellettuale poliedrico ed eclettico.
In questi giorni molti sono stati i luoghi della cultura (e soprattutto i teatri romani) che hanno reso omaggio al poeta, raccontando la vita di questo straordinario personaggio del cinema e della cultura del ‘900. La sua personalità di acuto osservatore e per certi versi anche anticipatore del nostro presente è stata ricordata dai principali teatri romani come l’Argentina e il teatro India di Roma che hanno reso omaggio al poeta con diverse rassegne. Il teatro India per l’occasione ha dato vita alla rassegna “Il Teatro di Roma per Pasolini”.



Ad aprire l’omaggio romano sarà la voce recitante di Giovanna Marini, amica intima del poeta, con Sono Pasolini, un moderno oratorio che celebra la ricchezza della poesia e del pensiero pasoliniani. Lo spettacolo è
uno dei tasselli del progetto “Il Teatro di Roma per Pasolini” che si compone di sette titoli. A seguire vi sarà L’inedita partita di pallone Pier Paolo! di Giorgio Barberio Corsetti, “giocata” nel campo di Pietralata a Roma (31 ottobre e 1 novembre), una produzione Fattore K.
Giorni intensi questi che hanno visto una vera e propria maratona letteraria; saranno lette poesie, frammenti di raccolte inedite da personaggi che hanno vissuto a fianco del poeta: si andrà da Bernardo Bertolucci a Ninetto Davoli. Per l’occasione all’esterno dei centri saranno allestite delle performances di Street art.

A 40 anni di distanza si sente la mancanza di Pasolini, l’intellettuale inascoltato e poi come spesso accade “santificato” alla morte. Se si è perso l’uomo, di certo non si sono perse le sue idee anticonformista. Il regista friulano, o meglio, il suo pensiero, le sue poesie hanno rappresentato e rappresentano ancora oggi a 40 anni di distanza un punto di riferimento, una speranza per molti giovani.
                                                                                                                                                                                             Lavinia Alberti

lunedì 18 maggio 2015

L'eterna giovinezza

 
Dopo La grande bellezza (2013), film col quale Sorrentino si è portato a casa un Oscar, questa volta il regista napoletano ha scelto di portare sul grande schermo un film diverso ma che per certi aspetti lo può ricordare, Youth.
Passando dalle terrazze romane del precedente film agli ambienti alpini svizzeri, questa volta il regista  sceglie di trattare un tema più “scomodo” e di difficile trattazione, poiché il nuovo film tratta della vecchiaia e del tempo che passa. In realtà non c’è solo questo ma molto altro. Sì, perché il regista tratta temi per certi aspetti speculari: la vecchiaia e la giovinezza, l’amore e la morte, l’apatia e il desiderio, il piacere e la sofferenza. Il tema direttamente correlato ad essi, o meglio, il filo sottile che lega tutti questi è lo scorrere del tempo, tema caro al regista, che lui stesso ha definito quasi un’ossessione; a tal proposito ha detto infatti che esso «E’ l’unico soggetto possibile, l’unica cosa che ci interessa veramente, quanto ne passa e quanto ce ne rimane. Ma a qualsiasi età se si riesce a mantenere uno sguardo sul futuro si può essere giovani. Per questo è un film molto ottimista». Sorrentino ci mostra diverse sfaccettature e declinazioni non solo della sofferenza, ma anche e soprattutto della giovinezza: c’è quella della figlia del protagonista, psicologicamente distrutta perché appena lasciata dal marito, quella idealizzata di Miss Universo, quella spaesata che esprime un giovane attore, infine quella rimpianta da parte dei due amici.
 
Protagonisti del film sono Fred e Mick, due amici di vecchia data, rispettivamente un musicista e un regista che ormai ottantenni decidono di passare un breve periodo della loro vita in un lussuoso hotel ai piedi delle Alpi. Entrambi affermati nel loro campo si raccontano le proprie paure e ansie ma anche i propri desideri e progetti, soprattutto il regista, che annuncia a Fred l’idea di girare il suo prossimo film.
Il film inizia in medias res, descrivendo le varie altre attività che avvengono all’interno dell’hotel; le immagini iniziali coinvolgono sinesteticamente lo spettatore, come in un sogno, tanto che non ci si accorge quasi dell’inizio.
 Di certo non è nuova neanche l’idea di ambientare l’intero film in un hotel: già Resnais  in L’anno scorso a Marienbad aveva ambientato il proprio film in un lussuoso e asettico hotel, Kubrick aveva fatto altrettanto in Shining, e ancora Fellini in Otto e mezzo, il cui riferimento in questo caso è molto esplicito (proprio per le scene ambientate nelle terme, per l’idea del regista che non riesce a girare il suo film, e le atmosfere festive). Un altro modello di riferimento, anche se di non immediata associazione, sembra essere Bergman che ne Il posto delle fragole, benché in maniera più spartana sia dal punto di vista della scenografia che da quello musicale, aveva affrontato il tema della vecchiaia e del tempo che passa.
 
 
                  
 
La figura di Fred, magistralmente interpretata da Michael Cane, è ben resa; soprattutto lo sono le intensioni psicologiche ed emotive, il modo in cui caratterizza i suoi stati d’animo: apatia, rassegnazione all’inizio, ma anche fiducia e amore per la vita in un secondo momento. Il suo è un personaggio molto profondo: in preda ai pensieri e ai continui tormenti, sembra quasi isolarsi in un mondo fuori dalla realtà in cui non gli manca nulla apparentemente ma in realtà percepisce un vuoto interiore, di senso; all’apparenza sembra sia solo un po’ apatico, come viene definito più volte dalla figlia che lo accusa continuamente di essere stato sempre assente dalla sua famiglia pensando solo e soltanto al suo mondo: la musica. In realtà egli, benché abbia un amico, vive perennemente proiettato all’indietro, ricordando la moglie che ha lasciato in lui un vuoto incolmabile.
 
                                        
 
 
Nel corso del film, sembra quasi che il protagonista non viva più il presente ma che rimanga ancorato a un passato che non ritornerà mai più. A conferma di ciò vi è il fatto che i dialoghi con l’amico-regista e i suoi stessi pensieri non sembrano mai riferirsi alla contemporaneità, ma solo al passato.
Se la prima parte può risultare un po’ lenta e coinvolgere poco lo spettatore (almeno a una visione superficiale e poco attenta), la seconda sembra invece recuperare un po’ l’attenzione di quest’ultimo. Nel corso del film un ruolo importante che non va di certo sottovalutato è affidato alla colonna sonora, che contribuisce a far comprendere meglio il messaggio filmico e a coinvolgere emotivamente il fruitore.
Per Sorrentino quello del commento musicale è un ruolo importantissimo, e per questo diviene cifra costante del suo cinema; è un elemento imprescindibile e ineludibile senza il quale verrebbe meno il significato, o quasi, dell’intera opera. Non a caso anche nel precedente film la musica aveva svolto un ruolo fondamentale; se tuttavia ne La Grande bellezza essa aveva la funzione di rendere meglio la decadenza della società romana, in questo caso, specie nella parte finale, essa assume una funzione più intimistica: far comprendere i diversi stati d’animo che il musicista vive.
Con Youth Sorrentino vuole certo dirci che nonostante il tempo che passa e la vecchiaia che incombe, si può sempre ricominciare a vivere, cambiare prospettiva e approccio di fronte a ciò che ci circonda. Le parole del regista a questo proposito sono illuminanti: «è un film molto personale, intimo, scritto e pensato in poco tempo. Il mio messaggio è semplice: con il passato non si è liberi perché è andato, con il presente lo si è poco, ma il futuro, anche se breve, è la più grande prospettiva di libertà che abbiamo». In altre parole ciò che vuole dire è che solo avendo sempre occhi nuovi, curiosità verso ciò che ci circonda saremo sempre giovani.

                                                                                                                                                                                                 Lavinia Alberti

lunedì 13 aprile 2015

Mia madre


Dopo Habemus Papam uscito nelle sale cinematografiche nel 2011, film sulla crisi sociale e personale di un uomo candidato a diventare Papa (interpretato da Michel Piccoli), questa volta Nanni Moretti con Mia Madre (12esimo lungometraggio), sceglie di portare sul grande schermo una storia di dolore e di perdita: una storia fatta solo di sentimenti veri.
In passato Moretti aveva già trattato tematiche simili, di dolore struggente, si pensi a La stanza del figlio (2001) o a Caos calmo (2008), ma questa volta unisce a tali tematiche un valore aggiunto, proprio perché si tratta di una vicenda autobiografica; il regista infatti nel 2011 (proprio durante le riprese del suo precedente film) aveva perso la madre, ed è proprio quello che succede alla sua protagonista, Margherita, una regista che sta girando un film su degli operai di fabbrica che perdono il lavoro.


Ad interpretare il ruolo della protagonista è Margherita Buy, come sempre di eccezionale bravura, il cui ruolo sembra tagliato apposta per lei. Nel film interpreta la parte della regista, una donna arrogante, sempre scontrosa con chi le sta accanto e che senza rendersene conto respinge chi la circonda. E’ un personaggio che come ha detto lo stesso Nanni Moretti, rappresenta il suo alter ego, solo con qualche differenza: lei è un po’ più nevrotica e incostante. Margherita vive infatti una drammatica situazione: la malattia della madre, una ex insegnante di latino, molto amata dai suoi ex allievi, che la definiscono una figura materna. Il ruolo di quest’ultima è affidato a Giulia Lazzarini, attrice di grande esperienza, che riesce anche lei nel corso del film a far calare lo spettatore nel dramma che sta vivendo.
A vivere con lei questa drammatica vicenda è il fratello Giovanni, il cui ruolo è impersonato dallo stesso Moretti, la cui figura non è così ben delineata come quella della sorella. Il film è un continuo descrivere la vita che conduce Margherita e quella della madre in ospedale: un pendolo tra la vita (quella di Margherita e Giovanni) e la morte (quella della madre). Ben giocata è poi questa continua alternanza tra scene drammatiche e comiche, queste ultime affidate all’abilissimo John Turturro.
In tutto il film la madre è sempre al centro di tutto, anche quando questa non è inquadrata fisicamente dalla telecamera, poiché vi sono continui richiami ad essa (oggetti, ricordi e discorsi  legati a lei); è dunque una figura onnipresente, che riempie le vite dei figli, che scandisce ogni singola ora del giorno.
La regia di Moretti coglie abilmente ogni piccola sfumatura dei personaggi, ne coglie le ansie e le angosce, soprattutto quelle di Margherita, che durante le riprese del film pensa costantemente alla madre in ospedale e alle sue sofferenze.
Moretti ancora una volta ci consegna un film dalle tematiche molto forti, struggenti. Merito dell’atmosfera che si crea in sala sin dall’inizio del film è di Margherita Buy, che col suo modo di recitare così spontaneo e immediato è riuscita a rendere compartecipe lo spettatore di questo dolore, di questa inquietudine interiore. Il suo personaggio, non era certo semplice da interpretare proprio per il lavoro di immedesimazione nel ruolo: quello di una figlia che perde la propria madre che se ne va lentamente e silenziosamente.

Ci sono poi diversi momenti del film particolarmente toccanti, in cui difficilmente si trattiene la commozione; ciò è dovuto anche al fatto che si tratta di una storia in cui ognuno di noi per motivi personali si può rispecchiare.
Un ruolo altrettanto importante è affidato poi alla colonna sonora, fatta di parti strumentali e di brani cantati; si va infatti dalle musiche di Jarvis Coker a quelle di Philip Glass fino a quelle di Arvo Part, (ad esempio Cantus in memory di Benjamin Britten e Tabula rasa, queste ultime usate da Moretti come elemento di congiunzione fra la realtà e i momenti di sogno o di ricordo.
Per Moretti girare questo film sulla madre non è stato affatto facile; è stato lui stesso a dirlo:
“Di solito faccio passare parecchio tempo tra un film e l’altro. Ho bisogno di lasciarmi alle spalle l’investimento psicologico, emotivo del film appena fatto. Ci metto sempre un bel po’ di tempo per ricaricarmi. Stavolta invece, appena uscito Habemus Papam, ho cominciato subito a pensare a Mia madre. Ho iniziato a scrivere quando nella mia vita erano appena successe le cose che poi ho raccontato nel film. Dopo la prima stesura della sceneggiatura, sono andato a rileggermi i miei diari scritti durante la malattia di mia madre perché immaginavo che quei dialoghi, quelle battute, avrebbero potuto aggiungere peso e verità alle scene tra Margherita e la madre. Ecco, rileggere quei quaderni è stato doloroso”.
Le due figure delineate da Moretti sono dunque antitetiche: quella di Margherita rappresenta l’immagine della donna apparentemente forte e aggressiva, ma in realtà fragile e confusa che alla fine sceglie di andare avanti nonostante tutto; dall’altro fronte c’è Giovanni che invece, non reggendo la difficile situazione sceglie di abbandonare il lavoro che aveva.
Mia madre è dunque un film che porta sullo schermo tantissimi temi e sentimenti: la solitudine, la vita, la morte, la paura di rimanere soli, l’angoscia e la paura del vuoto. Un film che riporta ai veri valori della vita: l’amore per le persone che amiamo, così come sono, fino alla fine.


                                                                                                         Lavinia Alberti

sabato 28 febbraio 2015

Maraviglioso Boccaccio

Dopo Cesare deve morire, Orso d'oro al Festival di Berlino del 2012, i fratelli Paolo e Vittorio Taviani propongono Maraviglioso Boccaccio, in uscita nelle sale dal 26 febbraio.
Il nuovo film dei fratelli Taviani, affronta un tema già ben noto al pubblico: le novelle del Decameron di Boccaccio. Sin dalle prime inquadrature, lo spettatore viene guidato e trasportato, sia musicalmente che visivamente, nell’ambiente, nella cultura e nelle usanze fiorentine del ‘300.
Dalle prime riprese, dal basso all’alto e dai campi lunghi, (che sembrano quasi dei quadri) ma anche dalle musiche utilizzate, lo spettatore capisce quasi subito che si tratta di un’opera che porta la firma dei due fratelli fiorentini.
Il film si presenta sin da subito scorrevole e dunque di facile fruizione; pur trattando un tema che per alcuni potrebbe sembrare poco stimolante o di poco interesse come quello del racconto delle varie novelle da parte dei protagonisti, nell’insieme risulta molto efficace ed è capace di incuriosire, e accattivarsi l’attenzione del pubblico più “ostile” a questo genere di film. Merito di tutto ciò è non soltanto l’abile regia dei registi fiorentini, ma anche la colonna sonora (il commento musicale è infatti affidato a musiche composte dai Taviani e a quelle di repertorio di Mozart), che si fonde perfettamente alle immagini contribuendo così al coinvolgimento emotivo del pubblico.
Il film è del tutto fedele all’opera boccaccesca. Esso inizia descrivendo l’ambiente cittadino fiorentino e il suo relativo contesto storico: la peste che si abbattè nel 1348 su Firenze. Successivamente la scena si sposta nelle campagne fiorentine (in una villa abbandonata sulle colline toscane), dove si recano sette ragazze e tre ragazzi per sfuggire all’epidemia di peste, alla disillusione della loro epoca e per ritrovare i valori perduti.
Per non annoiarsi e per utilizzare il loro tempo in maniera utile, decidono così di raccontarsi a turno una novella al giorno, secondo il tema stabilito il giorno prima; Delle cento novelle boccaccesche, solo cinque verranno raccontate nel film. Le storie da loro raccontate, sono molto varie: si va infatti dalle storie di tono tragico, a quelle di tono bizzarro, comico, fino a quelle erotiche.
Ciò che si nota all’interno del film, è il fatto che sono le donne che hanno il ruolo centrale, tant’è vero che tutto parte da loro; è lo stesso Antonio Taviani a dirlo:
«Il film è completamente al femminile, sono loro che decidono di uscire da Firenze, sono loro che decidono di ingannare il tempo e la morte raccontandosi novelle e sono sempre loro che con l’amore, la fantasia, i racconti, riacquistano fiducia nel futuro, decidendo poi di tornare a Firenze»
Le novelle vengono raccontate in maniera alternata: si inizia con la storia di Gentile Carisendi, una novella di passione e rivincita, i cui interpreti sono Riccardo Scamarcio nel ruolo di Carisendi che riporta l’amata in vita, e Vittoria Puccini nel ruolo di Catalina. La novella seguente si presenta invece dal tono comico e ironico e descrive la ben nota storia di Calandrino, un artigiano con la fama di stupido e sempliciotto, un uomo che si crede furbo, ma che viene beffato dai due amici Bruno e Buffalmacco.
Il pubblico quasi non riconosce Kim Rossi Stuart (abituato a interpretare ben altri ruoli), che nelle vesti di Calandrino, non lo aveva quasi mai visto, almeno in un film dei Taviani.
Segue poi la novella dal tono più mesto e cupo, quella di Tancredi e Ghismunda, i cui ruoli sono interpretati rispettivamente da Lello Arena e Kasia Smutniak. Il ruolo di Goffredo è invece affidato a Michele Riondino, ben interpretato e soprattutto calzante per questo ruolo.
La storia, anche questa ben nota, racconta la vicenda dell’amore tormentato di Ghismunda e Goffredo, che vede continui ostacoli proprio a causa degli ostacoli del padre Tancredi. Il finale della novella sarà amaro e tragico; il padre ucciderà l’amato della figlia, prendendogli il cuore, e Ghismunda per la profonda infelicità si suiciderà invogliando del veleno.
Con la quarta novella si ritorna di nuovo a un tono comico, ironico e grottesco. La storia è infatti quella di alcune badesse, monache di clausura che, ancora giovani e piacenti, in quanto esseri umani fatti di carne ed ossa, non possono far a meno di cedere ai piaceri della carne.
Tutta la novella viene descritta e soprattutto interpretata in chiave grottesca e caricaturale, tanto da suscitare nel pubblico in sala (grazie anche alle battute comiche recitate con l’accento fiorentino) grandi risate e in certi casi commenti. La novella, seppur in maniera sottile e arguta, vuole essere chiaramente un “attacco” alla chiesa, e vuole far riflettere su quanto a volte anche la Chiesa (dietro le apparenze e i riti di facciata) sia spesso ipocrita. Il messaggio di Boccaccio d’altronde era ben chiaro su questo.

A rendere il tutto più comico e grottesco nel film, è la recitazione e il volto di Paola Cortellesi, che interpreta una delle badesse: Usimbalda la quale, anche lei come molte altre, verrà alla fine scoperta per aver commesso suoi “peccati”. La Cortellesi svolge forse il ruolo centrale, proprio perché è presente in molte scene della novella; è infatti dal suo volto e dalle sue battute che provengono le risate e i commenti del pubblico in sala.

                         

Infine l’ultima novella, che si colloca a conclusione del film, racconta invece la storia di Federigo degli Alberighi, un giovane innamorato, il cui ruolo è affidato a Josafat Vagni e di una nobildonna, Giovanna, interpretata da Jasmine Trinca che però in quanto madre non contraccambia il suo amore. Si tratta di una novella dai toni dolceamari: il protagonista infatti, un nobile decaduto, sacrifica infatti il suo unico bene, un magnifico falcone da caccia, per onorare la sua ospite Giovanna.
Il film si chiude così come si è aperto: con una storia d’amore impossibile risoltasi in un lieto fine.
Narrando la fuga nella campagne da parte dei dieci ragazzi, i Taviani hanno voluto raccontare la precarietà e la “peste” domestica che avvolge le loro vite; non è un caso se i due registi fiorentini abbiano scelto proprio in questi tempi di rappresentare tali tematiche; infatti, la pestilenza potrebbe rappresentare la metafora della crisi odierna: crisi di certezze e di valori, ma anche la precarietà dei giovani e il loro bisogno di fare comunità. Il messaggio che sembra vogliano dare i registi fiorentini è proprio questo, e le loro parole lo confermano: "La peste è il punto di partenza del film che rappresenta il male dei nostri tempi, riapparsa, oggi, in forme diverse".


          




                                                                                                                                   Lavinia Alberti