A Petralia Sottana, paese
madonita in provincia di Palermo, in occasione della festa di Maria SS.
Bambina, il 7 e l’8 settembre, verrà reso omaggio al cantautore genovese Fabrizio
De André che, con i suoi testi e la sua musica, si sa, ci ha lasciato un pezzo di
storia, oltre che di “prosa poetica”.
I suoi brani infatti, a
tratti provocatori e a tratti accattivanti, si possono senza alcun dubbio
definire poetici, proprio per la loro corposità testuale e musicale; non è
difficile infatti trovare nelle sue antologie rimandi allegorici, letterari,
poetici, per non parlare dell’uso delle rime, delle assonanze e delle diverse
figure retoriche quali la metafora, la similitudine e l’iperbole.
Si tratta di
un’iniziativa organizzata e promossa dal Comune il quale si propone attraverso due
concerti di promuovere la buona musica cantautoriale, quale era quella degli
anni '60-'70.
Nel corso della prima
sera, venerdì 7 settembre (Piazza Duomo, ore 22.00), la protagonista assoluta
sarà “La Piccola Orchestra Animae Faber”; il giorno seguente invece, sabato 8, saliranno
sul palco gli “Abusivi band”, i quali hanno da poco terminato le riprese di
IBand, il nuovo format televisivo che sbarcherà a dicembre sugli schermi
Mediaset del canale La 5.
Quest’anno,
in Sicilia, non è la prima volta che viene reso omaggio a De André; un tributo
al cantautore genovese era stato reso infatti lo scorso 15 agosto, sempre nel
territorio madonita, a San Mauro, ad opera della medesima orchestra, “Animae
Faber”. Si tratta di un’orchestra di recentissima formazione nata nel 2017 da
un gruppo di musicisti madoniti che intendono approfondire e tributare l’opera
poetica e musicale di Fabrizio De André, colosso della musica cantautoriale
italiana in grado – con il suo pensiero divergente – di toccare al contempo l’anima
e il corpo di chi ascolta.
L’ “Animae Faber”, composta da
dieci elementi tra voci e strumentisti (Maurizio La Placa, Paola Scelfo,
Ottavio Brucato, Maurizio Nasello, Francesco Barberi, Alessandro Valenza,
Francesco Giaconia, Santo Miserendino, Claudio Inguaggiato e Manuel Vena) si è
esibita per la prima volta a Palermo, a giugno di quest’anno, in occasione
della Maratona De André organizzata dalla Fondazione Teatro Massimo di Palermo.
Si chiama così, “I Figli dell’Officina”, la giovane band siciliana diventata
portavoce del cantautorato socialmente impegnato sui temi della lotta alla
mafia.
Il
gruppo nasce a Troina, in provincia di Enna, nell’Aprile del 2010 dall’unione di diverse culture ed
esperienze musicali: classica, folk,
cantautorato italiano ed americano, rock e dalla voglia di fare musica in
modo originale: attraverso i testi d’impegno sociale. Da allora tanta strada è
stata fatta.
Dopo
l’esordio, e in seguito a varie serate nei locali e nelle piazze delle
principali cittadine della provincia siciliana, negli anni successivi la band
si esibisce a Cinisi (in provincia di Palermo) in occasione dell’Anniversario
di Peppino Impastato e a Belpasso (in provincia di Catania) sul palco con Don
Ciotti, presidente dell’Associazione Antimafia “LIBERA”, per la “Carovana Internazionale
contro le mafie”; tra il 2012 e il 2013 il gruppo folk si fa poi conoscere
anche nei principali teatri di Ragusa, Catania, Messina, Siracusa, Palermo e
Trapani; l’anno successivo (2014) diviene invece vincitrice del “Virus Music
Fest” di Centuripe (EN).
La
svolta avviene nel2015, in cui “I Figli dell’Officina” danno vita al loro
primo album, “Io non ho”, la cui cifra stilistica è un forte spessore sociale
definito “cantautorale antimafia” che ricorda in molti brani eroi morti sotto i
colpi della mafia. Il progetto "Io Non Ho"
(il cui titolo vuole essere una chiara denuncia contro il cancro sociale della
malavita, e dunque un invito a non avere paura della mafia) si propone di
sensibilizzare i giovani alla legalità, spronandoli ad abbattere i muri
d'omertà che purtroppo bloccano la crescita e lo sviluppo della nostra regione,
e non solo.
Un
progetto dunque che vuole parlare alla gente, in maniera inusuale e
intelligente, dei tragici (e “scomodi”) fatti che hanno, da cinquant'anni a
questa parte, reso la Sicilia terra di stragi, omicidi ed attentati; tutto
questo lo fa attraverso la semplicità del linguaggio musicale.
La realizzazione e prima uscita dell'album “Io
Non Ho” si basa su una valida alternativa alla rassegnazione che ogni
giorno ci circonda, raccontando storie di “Martiri”, come Don Pino Puglisi,
Peppino Impastato e Rita Atria, tragici Eroi della follia umana.
Anno altrettanto importante per la band siciliana è il successivo (2016) in cui
esce il nuovo singolo “I racconti di Manaar”, fortemente intriso di intrecci melodici
popolari (di fisarmonica e violino) uniti al virtuosismo malinconico del
“friscalettu” (uno zufolo
di canna tipico della musica popolare della Sicilia).
Dentro quest’album si parla di sale e acqua, di onde e mare, di viaggi e
paure, di vita e morte, di danza, musica, misericordia e speranza, temi
che riguardano da vicino la Sicilia, ma non solo.
Lo
stesso modus operandi caratterizza anche
l’ultimo lavoro della band, in fase di preparazione e in uscita nei prossimi
mesi. Il nuovo album si chiamerà “Parlamente”: un singolo concepito
alla ricerca di una matura concezione artistica, comprendente nove tracce di
folk-cantautorale.
Tre album dunque che attraverso le diverse espressioni
artistico-culturali si propongono di arginare quanto più possibile il fenomeno
della malavita che ormai, ahinoi, caratterizza – non senza pregiudizi –
l’immaginario della terra di Trinacria.
Per il secondo anno consecutivo un tema
molto attuale come quello dei migranti e della loro identità
Si chiama così, Amunì Volver il nuovo progetto teatrale
ideato dal regista e drammaturgo Giuseppe Provinzano, vincitore del bando
MigrArti 2018 indetto dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e primo
nella graduatoria nazionale.
Si tratta di uno
spettacolo – il cui debutto sarà il 5 luglio – che si propone di mettere al centro
il tema dei migranti, e con esso le esperienze di vita vissuta che questi
ultimi si trovano a vivere.
La Compagnia di recentissima formazione (appena un
anno) raccoglie attori, performer e aspiranti tali di origine africana,
asiatica, tunisina, marocchina, irachena, tutti accomunati dall’esperienza
migratoria, in forma più o meno pervasiva.
Un progetto che ha
accolto nuovi ragazzi migranti, le loro storie e le loro esperienze,
incrementando il confronto e il dialogo con stimoli nuovi e sempre diversi; il risultato
di un percorso di formazione artistica e di integrazione coadiuvato dagli
attori professionisti.
In Volver non è protagonista solo il teatro ma anche la musica, la
scenografia, la scenotecnica; esso rappresenta l’occasione di parlare di
qualcosa di “vecchio” nel “nuovo” mondo degli sbarchi. Al centro è posta
infatti la memoria storica degli italiani costretti a partire nei primi dei
Novecento verso terre lontane alla ricerca di un mondo migliore in cui
insediarsi, ma c’è anche un chiaro rimando alla situazione dei migranti di
oggi.
Un testo quello di
Provinzano (già vincitore del premio Dante Cappelletti XI edizione) più che mai
attuale (soprattutto alla luce degli eventi accaduti in queste ultime settimane).
Ciò che viene messo in risalto sono i punti di contatto tra la storia di questi
uomini disagiati e la nostra, quella italiana, vista con gli occhi di giovani
donne e uomini che hanno potuto ritrovarvi “parti” di sé, a conferma che le
storie di migrazione sono simili in ogni tempo, paese, cultura.
I quattro giorni
dedicati all’incontro con il pubblico (dal 4 al 7 luglio, presso lo Spazio
Franco dei Cantieri Culturali di Palermo) avranno carattere multidisciplinare e
metteranno al centro il teatro, il cinema, la musica, i laboratori e il cibo. Al
progetto parteciperanno diverse realtà palermitane impegnate nel mondo del
volontariato e del dialogo tra culture, come Moltivolti, Cooperazione Senza
Frontiere, The Factory e Palermo Youth Center, il Teatro Biondo di Palermo e
molte altre.
Uno spettacolo dunque il
cui interesse è quello di mettere al centro la peculiarità e l’unicità di
ognuno di questi attori; un'esperienza di eticità e moralità prima ancora che una prova d’attore.
Una commedia tra il
fantasy e il noir, di cui Manfredi Russo è il coregista
Ore 11 del mattino, giornata afosa e un
sole abbagliante. Un uomo in camicia e jeans cammina lungo la riva della
tonnara Bordonaro; neanche il tempo dell’arrivo della troupe che alcuni
bagnanti riconoscono il soggetto: Lando Buzzanca.
L’attore siciliano in questi ultimi giorni
di maggio ha scelto proprio Palermo e in particolare questo fascinoso luogo
marino per girare il suo prossimo film intitolato “Non toccate questa casa!!!”.
La prima scena della mattinata è affidata
proprio a Buzzanca, nei panni di uomo inquieto e interiormente lacerato, come
se qualcosa gli sfuggisse dalle mani. Pochi minuti e via per il secondo ciak;
questa volta l’attore palermitano non recita da solo dando le spalle al mare ma
dialoga con una donna misteriosa: Francesca della Valle, donna nei confronti
della quale mostra un’immediata intesa, tanto da non aver bisogno di rifare la
scena. Non così si può dire per i successivi ciak, dal momento che i bagnanti
sembrano non essere particolarmente perspicaci nel capire che per poter girare
la scena non devono entrare in acqua. Ma le successive scene filano lisce, per
fortuna.
Si tratta di una commedia noir e fantasy, scritta
dallo sceneggiatore Giuseppe Romano, ambientata tra Bisacquino e Palermo,
interpretata e diretta dallo stesso Buzzanca insieme a Manfredi Russo (coregista
del lungometraggio). Personaggi centrali del film sono anche Francesca Della
Valle (coprotagonista e compagna artistica, oltre che di vita di Buzzanca) e
Maria Scicchigno (cantante).
La Direzione della
fotografia è stata affidata invece a Pina Mastropietro, mentre
l’assistente alla regia è Serena De Marzi, i direttori del suono Roberto Garilli, Seregni
Steri e Veronica
Randazzo. Il montaggio è stato curato da Davide Pellegrino; i costumi
infine sono di Barbara Anselmo.
La storia è quella di Rocco Malfione, un
uomo appena uscito dal carcere Ucciardone impelagato in vicende di mafia, di
miseria e sentimenti, che troverà una via d’uscita “miracolosa” ai suoi
problemi.
Un lungometraggio di cui il coregista
Russo si ritiene soddisfatto. "Per me essere stato chiamato dalla Production Buzzanca Della Valle,
quale aiuto regia del Maestro Lando Buzzanca è un grande onore. Lavorare sul
set con un Grande Maestro come Lando, ti consente di illuminare i pali degli
infiniti viali della conoscenza. Riesce ad infondere la sua Arte partendo da un
lavoro di verità del personaggio, è nella parte non soltanto quando da le
battute con la voce, ma anche quando le tira fuori dall' anima riflettendole
nella sua magnifica maschera. Altamente professionali anche tutte le altre
figure tecniche che hanno preso parte a questo progetto".
Nell’anno del 150esimo
dalla nascita di Luigi Pirandello il Teatro Biondo di Palermo non poteva
chiudere in modo migliore la Stagione Teatrale 2018: con uno spettacolo
dedicato proprio a lui, e lo fa mettendo in scena in modo del tutto originale “Liolà”, commedia campestre in tre atti,
come fu definita dallo stesso autore agrigentino.
Si tratta di una
narrazione con un taglio inusuale, che fonde perfettamente prosa, musica e
movimenti scenici, che sin dalle prime battute è in grado di far “perdere” lo
spettatore nella dimensione della finzione scenica, nelle sonorità e nelle
varianti dialettali siciliane, interpretate in tutte le loro sfaccettature.
Sono questi gli
ingredienti di un’opera che, benché audace da certi punti di vista (si pensi
alla scelta di recitare l’intera commedia in dialetto, come anche all’utilizzo
di certe coreografie simboliche) risulta nell’insieme abbastanza fedele al
testo originale, scritto nel 1916 in dialetto agrigentino.
La commedia, ispirata a un episodio del quarto
capitolo del romanzo Il fu Mattia Pascal,
racconta le vicende di Liolà, (interpretato da Mario Incudine) un contadino il
cui unico scopo sembra essere quello di sedurre e mettere incinta le ragazze
delle campagne agrigentine, dei cui figli si fa carico affidandoli alla propria
madre. Nel corso della commedia, il giovane contadino di Girgenti ingraviderà fra
le altre Tuzza, nipote del ricco Zio Simone (magistralmente interpretato da
Moni Ovadia, che funge anche da narratore introducendo la commedia con un breve
prologo in lingua italiana); l’anziano possidente, dietro proposta dello stesso
Liolà, vorrebbe far credere alla comunità di essere il padre del nascituro per nascondere
la propria sterilità, assicurandosi così un erede legittimo della propria roba.
Un gioco raffinato e ben equilibrato di seduzioni e
inganni, ma anche di pungenti e filosofiche battute è affidato – in parti che
sembrano quasi cucite loro addosso - ai palermitani Paride Benassai nel ruolo
di Pauluzzu (personaggio del folle-saggio introdotto dal regista e non presente
nella commedia originale), a Rori Quattrocchi nel ruolo di Zà Ninfa, una nonna
assai materna e oblativa, a Stefania Blandeburgo in quello di Zà Croce, una
madre possessiva e calcolatrice cui importa molto poco la felicità della
figlia.
Tali interpretazioni rendono quest’opera estremamente coinvolgente
e comica (dai tratti quasi plautini e per certi aspetti verghiani); in questo
senso un valore aggiunto e dunque un ruolo fondamentale per la riuscita della
commedia ha svolto anche il monologo finale sulla morte scritto e recitato dal
già citato Pauluzzu alias Paride Benassai, monologo che il pubblico sembra aver
particolarmente apprezzato, forse perché corteggia ma sdrammatizza anche la
morte.
Uno spettacolo
sensorialmente ed emotivamente coinvolgente, quasi melodrammatico, che va oltre
i tradimenti e le rocambolesche avventure di Liolà, oltre la prosa “piatta”,
come le figurine da ombre cinesi in cui i personaggi vengono abilmente
trasformati e i cui dialoghi diventano arie e recitativi accompagnati dalla
musica che domina dall’inizio alla fine.
Degni di menzione sono quindi anche
i movimenti scenici e le coreografie, curati da Dario La Ferla e con essi il
coro di contadini e popolani interpretato dagli attori e danzatori del Teatro
Ditirammu diretto da Elisa Parrinello, per non parlare della direzione
musicale, curata da Antonio Vasta.
La commedia è stata definita dallo stesso Ovadia e
Incudine “un’opera a tutto tondo, che
mescola prosa e musica in una grande favola vicina al mondo dell’opera
popolare. Il protagonista rappresenta la vita, il canto, la poesia, il futile
ancorché necessario piacere. Lui è l’amore e la morte, il sole e la luna, il
canto e il silenzio, il sangue e la ferita, incarna in sé il Don Giovanni di
Mozart e il Dioniso della mitologia, governato dall’aria che fa ruotare il suo
cervello come un firrialoru, un mulinello. È un uccello di volo, che teme la
gabbia e volteggia da un amore all’altro senza mai posarsi troppo a lungo sopra
un singolo ramo. Volteggia e canta continuamente, mirando tutti dall’alto,
abbracciando, baciando, amoreggiando, sì, ma scansando scaltro le trappole
della restrizione”.
Lavinia
Alberti
Regia Moni Ovadia e Mario Incudine Musiche originali Mario Incudine SceneMario Incudine CostumiElisa Savi Luci Franco Buzzanca Movimenti scenici e coreografie Dario La Ferla Direzione musicaleAntonio Vasta Aiuto registaAlessandro Idonea Produzione Teatro Biondo di Palermo in collaborazione con Teatro Garibaldi di Enna / Teatro Regina Margherita di Caltanissetta.
Musici Antonio Vasta (fisarmonica) Antonio Putzu (fiati) Manfredi Tumminello (corde)
Contadini e popolani Compagnia del Teatro Ditirammu diretto da Elisa Parrinello: Noa Blasini, Chiara Bologna, Elvira Maria Camarrone, Valentina Corrao, Francesco Di Giuseppe, Bruno Carlo Di Vita, Mattia Carlo Di Vita, Noa Flandina, Alessandra Ponente, Alessia Quattrocchi, Rita Tolomeo, Pietro Tutone, Fabio Ustica.
Un lavoro psichedelico e
multisensoriale al centro della web serie del mistero, tra il sintetico e gli
strumenti reali
< Mi affido alla musica, che parla a tutti e tutto
riesce a descrivere, al di là dei recinti immaginari che chiamiamo «generi» […]
E’ la materializzazione di questo mood, è la chiave d’interpretazione del mondo
contemporaneo che con le mie composizioni cerco di rappresentare nel modo più
diretto possibile, senza alcuna preclusione estetica. La musica, come dice
Bjork «non è una questione di stili, ma di sincerità'». La sincerità necessaria
a mutare le emozioni in un rincorrersi di suoni. Un rischio attraente,
forse una sfida da incoscienti >.
Questo il punto di
vista del compositore sicilianoSalvo Ferrara, che con le sue
composizioni – venute fuori tanto da una formazione classica quanto contemporanea - si propone di andare oltre ogni schema preconfezionato e oltre
ogni standardizzazione sonora.
Al centro di questa
anticonvenzionalità musicale è “Wsk-The Soundtrack", suo ultimo lavoro
discografico, realizzato in seguito al successo della colonna sonora composta
per l’omonimo prodotto cinematografico noir: una web serie dal titolo “Wsk – The
Series” diretta dal giovane regista palermitano Alois Previtera e prodotta
da Social Movie Production e Poikilia.
Si tratta di un album molto eclettico, in cui si fondonosonorità
elettro-grunge ed atmosfere psichedeliche arricchite da cori, pieni orchestrali
ed organi liturgici. Diciannove le
tracce che lo compongono e cinque le
note del tema principale che rimarcano il senso di inquietudine, mistero e
suspance del progetto.
Peculiarità dei
brani in questione è la continua alternanza di pause e tensioni e di
contaminazioni sonore, realizzate attraverso il sovrapporsi di strumenti reali
sui contributi elettronici.Un sound finalizzato dunque a ricreare uno specifico mood, in funzione delle immagini, i cui ritmi sono scanditi da drum
machines, da timbriche di riempimento e da sequenze mixate, queste ultime
arrangiate e prodotte dallo stesso Ferrara, con la collaborazione di Cristiano
Nasta.
Già apprezzata in diversi contest internazionali e
vincitrice del premio “Best Editing” al Sicily Web Festival del 2017, la serie,
ideata e scritta da giovani cineasti siciliani e palermitani in particolare, rappresenta
una novità nel panorama cinematografico emergente contemporaneo grazie alla sua
carica emotiva, le ambientazioni noir e l'incalzante ritmo narrativo.
Il compositore
palermitano collabora ormai da diversi anni con filmmakers, documentaristi di
fama e prestigiose istituzioni culturali, tra cui il Museo Salinas di Palermo,
per il quale ha di recente composto le musiche di un videoclip per la
presentazione della nuova Agorà.
Un progetto che parte dalla Sicilia, che si inserisce
nell’anno in cui la città di Palermo diventa Capitale Italiana della Cultura, che
sarà destinato per questo ad avere un respiro internazionale.
5
tracce all’interno del nuovo singolo del cantautore catanese. Tanti i
riferimenti letterari.
“Bianco Cistite”.
Questo il titolo del nuovo singolo del
cantautore catanese Giovanni Ruggieri, contenente cinque tracce (Bianco Cistite, Andalusia, Porpora, Lacrime
Elettriche, Irraccontabile) di recentissima uscita (9 marzo).
Si
tratta di un artista a tutto tondo. Dopo lo studio del pianoforte in tenera età,
negli anni a seguire, durante gli studi classici, comincia ad avvicinarsi al
mondo poetico-letterario e musicale, passando da Baudelaire fino ad arrivare ai
Doors, mostrando così il suo carattere estremamente eclettico; in età
adolescenziale si dedica poi anche alla scrittura di poesie che diverranno
funzionali alla stesura di nuove canzoni. Nel giro di pochi anni forma poi la
sua prima band dalla quale inizierà il suo effettivo percorso di cantautore. Una
volta scioltasi poi, comincia a comporre musica da solista, privilegiando l’utilizzo
di chitarre, bassi, versi e parti vocali. Negli anni a seguire si avvicina poi anche
al mondo teatrale, iscrivendosi all’INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico)
studiando recitazione, canto e dizione.
Costanti
modelli di riferimento per i suoi testi sono autori come Baudelaire,
Shakespeare, Pirandello, Leopardi, in grado di suggerire al musicista le
atmosfere ed i temi giusti per le sue melodie.
Ciò
che emerge dall’ascolto delle sue canzoni (e in particolare in questo brano,
che dà il titolo all’album) sono una serie di elementi: eccesso, coraggio, paura, ironia, divertimento, amore, creatività,
notte, luci: concetti antitetici tra loro, tutti essenza del suo animo,
della sua creatività d’artista.
In
questo brano - il primo che Ruggieri compone da solista - confluiscono tutte
queste componenti, per questo si tratta di un’opera
estremamente poliedrica, sia dal punto di vista testuale, sia da quello
musicale, le cui sonorità sono a tratti rock a tratti pop (con influssi sperimentali,
quasi battiatiani).
Si tratta di un brano nato dalla visione di una
scena reale: “una sera – racconta
Ruggieri – mentre ero insieme ad alcuni
amici osservavo un tipo provarci invano con una ragazza, ho domandato: mi
passereste quella bottiglia di vino bianco... Bianco... Bianco Cistite! I
ragazzi scoppiarono a ridere e, in quel momento, provai a intonare quello che
sarebbe stato proprio il primo verso: sembrò subito piacere moltissimo”.
In “Bianco
Cistite” l’artista utilizza il vino come
un simbolo, un espediente portatore di tantissimi significati celati; esso
incarna infatti la sete di conoscenza,
quella conoscenza capace di elevarci al di là delle piccole cose della vita, di
cambiare le circostanze e quindi anche noi stessi. Per il musicista “essere disposti a berlo significa volere
essere pre-disposti a volere conoscere, volere conoscere altro, l'altro e
quindi, anche se stessi, ma anche qualcos’oltre.”
Il video realizzato da Daniele Gangemi, con la
collaborazione della Duecentouno Production, è stato girato nel centro storico
di Catania, come si può vedere dalle ampie panoramiche riservate al video.
Le tematiche prendono liberamente ispirazione dal
celebre romanzo di Pirandello “Uno,
Nessuno, Centomila” in cui il protagonista scopre, grazie alla moglie, di
avere il naso storto. Non avendo mai notato questo dettaglio, entra in un
vortice di pensieri che lo conducono alla consapevolezza di non essere per gli
altri come egli pensava di essere.
In altri termini il senso del brano, come ha
dichiarato Ruggieri, è che noi “possiamo
conoscere solo ciò a cui riusciamo a dare forma, ma scopriamo anche che una
forma, appena è-siste, cessa di essere vera e diventa una maschera. Ed è
proprio quando vediamo le persone, gli altri, in "forma" credendo di
contemplarne anche l'esistenza, che ci inganniamo. Ed ecco che un uomo può
essere uno, nessuno e centomila e non solo per gli altri, che per conoscerci
devono in-formarci, ossia darci una forma, ma anche per noi stessi che
credevamo di essere “uno solo per tutti”; ed invece, poi, ci accorgiamo che
siamo e possiamo essere centomila. Dov’è dunque la verità?"
“Bianco
Cistite” sembra insomma essere la metafora
musicale delle parole di Baudelaire “Ubriacatevi, non importa di cosa, se di vino, di poesia o di
virtù, ma ubriacatevi sempre!…”
Lavinia Alberti
Regia: Daniele Gangemi
Testo e musica:
Giovanni Ruggieri
Assistente alla regia:
Roberta Finocchiaro
Montaggio: Duecentouno
Production
Preproduzione: Riccardo Samperi, Pierpaolo Latina,
Giovanni Ruggieri
Produzione esecutiva:
Emanuele Diana
Produzione artistica: Riccardo
Samperi
Trucco: Serena Daminelli
Riprese drone: Luca
Barone
Segretaria di edizione: Cristina Cocuzza.
Chitarre: Riccardo Samperi;
Basso: Giovanni Ruggieri; Batteria: Antonio Moscato; Backing vocal: Peppe
Scalia Sinth e Pierpaolo Latina.