lunedì 18 maggio 2015

L'eterna giovinezza

 
Dopo La grande bellezza (2013), film col quale Sorrentino si è portato a casa un Oscar, questa volta il regista napoletano ha scelto di portare sul grande schermo un film diverso ma che per certi aspetti lo può ricordare, Youth.
Passando dalle terrazze romane del precedente film agli ambienti alpini svizzeri, questa volta il regista  sceglie di trattare un tema più “scomodo” e di difficile trattazione, poiché il nuovo film tratta della vecchiaia e del tempo che passa. In realtà non c’è solo questo ma molto altro. Sì, perché il regista tratta temi per certi aspetti speculari: la vecchiaia e la giovinezza, l’amore e la morte, l’apatia e il desiderio, il piacere e la sofferenza. Il tema direttamente correlato ad essi, o meglio, il filo sottile che lega tutti questi è lo scorrere del tempo, tema caro al regista, che lui stesso ha definito quasi un’ossessione; a tal proposito ha detto infatti che esso «E’ l’unico soggetto possibile, l’unica cosa che ci interessa veramente, quanto ne passa e quanto ce ne rimane. Ma a qualsiasi età se si riesce a mantenere uno sguardo sul futuro si può essere giovani. Per questo è un film molto ottimista». Sorrentino ci mostra diverse sfaccettature e declinazioni non solo della sofferenza, ma anche e soprattutto della giovinezza: c’è quella della figlia del protagonista, psicologicamente distrutta perché appena lasciata dal marito, quella idealizzata di Miss Universo, quella spaesata che esprime un giovane attore, infine quella rimpianta da parte dei due amici.
 
Protagonisti del film sono Fred e Mick, due amici di vecchia data, rispettivamente un musicista e un regista che ormai ottantenni decidono di passare un breve periodo della loro vita in un lussuoso hotel ai piedi delle Alpi. Entrambi affermati nel loro campo si raccontano le proprie paure e ansie ma anche i propri desideri e progetti, soprattutto il regista, che annuncia a Fred l’idea di girare il suo prossimo film.
Il film inizia in medias res, descrivendo le varie altre attività che avvengono all’interno dell’hotel; le immagini iniziali coinvolgono sinesteticamente lo spettatore, come in un sogno, tanto che non ci si accorge quasi dell’inizio.
 Di certo non è nuova neanche l’idea di ambientare l’intero film in un hotel: già Resnais  in L’anno scorso a Marienbad aveva ambientato il proprio film in un lussuoso e asettico hotel, Kubrick aveva fatto altrettanto in Shining, e ancora Fellini in Otto e mezzo, il cui riferimento in questo caso è molto esplicito (proprio per le scene ambientate nelle terme, per l’idea del regista che non riesce a girare il suo film, e le atmosfere festive). Un altro modello di riferimento, anche se di non immediata associazione, sembra essere Bergman che ne Il posto delle fragole, benché in maniera più spartana sia dal punto di vista della scenografia che da quello musicale, aveva affrontato il tema della vecchiaia e del tempo che passa.
 
 
                  
 
La figura di Fred, magistralmente interpretata da Michael Cane, è ben resa; soprattutto lo sono le intensioni psicologiche ed emotive, il modo in cui caratterizza i suoi stati d’animo: apatia, rassegnazione all’inizio, ma anche fiducia e amore per la vita in un secondo momento. Il suo è un personaggio molto profondo: in preda ai pensieri e ai continui tormenti, sembra quasi isolarsi in un mondo fuori dalla realtà in cui non gli manca nulla apparentemente ma in realtà percepisce un vuoto interiore, di senso; all’apparenza sembra sia solo un po’ apatico, come viene definito più volte dalla figlia che lo accusa continuamente di essere stato sempre assente dalla sua famiglia pensando solo e soltanto al suo mondo: la musica. In realtà egli, benché abbia un amico, vive perennemente proiettato all’indietro, ricordando la moglie che ha lasciato in lui un vuoto incolmabile.
 
                                        
 
 
Nel corso del film, sembra quasi che il protagonista non viva più il presente ma che rimanga ancorato a un passato che non ritornerà mai più. A conferma di ciò vi è il fatto che i dialoghi con l’amico-regista e i suoi stessi pensieri non sembrano mai riferirsi alla contemporaneità, ma solo al passato.
Se la prima parte può risultare un po’ lenta e coinvolgere poco lo spettatore (almeno a una visione superficiale e poco attenta), la seconda sembra invece recuperare un po’ l’attenzione di quest’ultimo. Nel corso del film un ruolo importante che non va di certo sottovalutato è affidato alla colonna sonora, che contribuisce a far comprendere meglio il messaggio filmico e a coinvolgere emotivamente il fruitore.
Per Sorrentino quello del commento musicale è un ruolo importantissimo, e per questo diviene cifra costante del suo cinema; è un elemento imprescindibile e ineludibile senza il quale verrebbe meno il significato, o quasi, dell’intera opera. Non a caso anche nel precedente film la musica aveva svolto un ruolo fondamentale; se tuttavia ne La Grande bellezza essa aveva la funzione di rendere meglio la decadenza della società romana, in questo caso, specie nella parte finale, essa assume una funzione più intimistica: far comprendere i diversi stati d’animo che il musicista vive.
Con Youth Sorrentino vuole certo dirci che nonostante il tempo che passa e la vecchiaia che incombe, si può sempre ricominciare a vivere, cambiare prospettiva e approccio di fronte a ciò che ci circonda. Le parole del regista a questo proposito sono illuminanti: «è un film molto personale, intimo, scritto e pensato in poco tempo. Il mio messaggio è semplice: con il passato non si è liberi perché è andato, con il presente lo si è poco, ma il futuro, anche se breve, è la più grande prospettiva di libertà che abbiamo». In altre parole ciò che vuole dire è che solo avendo sempre occhi nuovi, curiosità verso ciò che ci circonda saremo sempre giovani.

                                                                                                                                                                                                 Lavinia Alberti

lunedì 13 aprile 2015

Mia madre


Dopo Habemus Papam uscito nelle sale cinematografiche nel 2011, film sulla crisi sociale e personale di un uomo candidato a diventare Papa (interpretato da Michel Piccoli), questa volta Nanni Moretti con Mia Madre (12esimo lungometraggio), sceglie di portare sul grande schermo una storia di dolore e di perdita: una storia fatta solo di sentimenti veri.
In passato Moretti aveva già trattato tematiche simili, di dolore struggente, si pensi a La stanza del figlio (2001) o a Caos calmo (2008), ma questa volta unisce a tali tematiche un valore aggiunto, proprio perché si tratta di una vicenda autobiografica; il regista infatti nel 2011 (proprio durante le riprese del suo precedente film) aveva perso la madre, ed è proprio quello che succede alla sua protagonista, Margherita, una regista che sta girando un film su degli operai di fabbrica che perdono il lavoro.


Ad interpretare il ruolo della protagonista è Margherita Buy, come sempre di eccezionale bravura, il cui ruolo sembra tagliato apposta per lei. Nel film interpreta la parte della regista, una donna arrogante, sempre scontrosa con chi le sta accanto e che senza rendersene conto respinge chi la circonda. E’ un personaggio che come ha detto lo stesso Nanni Moretti, rappresenta il suo alter ego, solo con qualche differenza: lei è un po’ più nevrotica e incostante. Margherita vive infatti una drammatica situazione: la malattia della madre, una ex insegnante di latino, molto amata dai suoi ex allievi, che la definiscono una figura materna. Il ruolo di quest’ultima è affidato a Giulia Lazzarini, attrice di grande esperienza, che riesce anche lei nel corso del film a far calare lo spettatore nel dramma che sta vivendo.
A vivere con lei questa drammatica vicenda è il fratello Giovanni, il cui ruolo è impersonato dallo stesso Moretti, la cui figura non è così ben delineata come quella della sorella. Il film è un continuo descrivere la vita che conduce Margherita e quella della madre in ospedale: un pendolo tra la vita (quella di Margherita e Giovanni) e la morte (quella della madre). Ben giocata è poi questa continua alternanza tra scene drammatiche e comiche, queste ultime affidate all’abilissimo John Turturro.
In tutto il film la madre è sempre al centro di tutto, anche quando questa non è inquadrata fisicamente dalla telecamera, poiché vi sono continui richiami ad essa (oggetti, ricordi e discorsi  legati a lei); è dunque una figura onnipresente, che riempie le vite dei figli, che scandisce ogni singola ora del giorno.
La regia di Moretti coglie abilmente ogni piccola sfumatura dei personaggi, ne coglie le ansie e le angosce, soprattutto quelle di Margherita, che durante le riprese del film pensa costantemente alla madre in ospedale e alle sue sofferenze.
Moretti ancora una volta ci consegna un film dalle tematiche molto forti, struggenti. Merito dell’atmosfera che si crea in sala sin dall’inizio del film è di Margherita Buy, che col suo modo di recitare così spontaneo e immediato è riuscita a rendere compartecipe lo spettatore di questo dolore, di questa inquietudine interiore. Il suo personaggio, non era certo semplice da interpretare proprio per il lavoro di immedesimazione nel ruolo: quello di una figlia che perde la propria madre che se ne va lentamente e silenziosamente.

Ci sono poi diversi momenti del film particolarmente toccanti, in cui difficilmente si trattiene la commozione; ciò è dovuto anche al fatto che si tratta di una storia in cui ognuno di noi per motivi personali si può rispecchiare.
Un ruolo altrettanto importante è affidato poi alla colonna sonora, fatta di parti strumentali e di brani cantati; si va infatti dalle musiche di Jarvis Coker a quelle di Philip Glass fino a quelle di Arvo Part, (ad esempio Cantus in memory di Benjamin Britten e Tabula rasa, queste ultime usate da Moretti come elemento di congiunzione fra la realtà e i momenti di sogno o di ricordo.
Per Moretti girare questo film sulla madre non è stato affatto facile; è stato lui stesso a dirlo:
“Di solito faccio passare parecchio tempo tra un film e l’altro. Ho bisogno di lasciarmi alle spalle l’investimento psicologico, emotivo del film appena fatto. Ci metto sempre un bel po’ di tempo per ricaricarmi. Stavolta invece, appena uscito Habemus Papam, ho cominciato subito a pensare a Mia madre. Ho iniziato a scrivere quando nella mia vita erano appena successe le cose che poi ho raccontato nel film. Dopo la prima stesura della sceneggiatura, sono andato a rileggermi i miei diari scritti durante la malattia di mia madre perché immaginavo che quei dialoghi, quelle battute, avrebbero potuto aggiungere peso e verità alle scene tra Margherita e la madre. Ecco, rileggere quei quaderni è stato doloroso”.
Le due figure delineate da Moretti sono dunque antitetiche: quella di Margherita rappresenta l’immagine della donna apparentemente forte e aggressiva, ma in realtà fragile e confusa che alla fine sceglie di andare avanti nonostante tutto; dall’altro fronte c’è Giovanni che invece, non reggendo la difficile situazione sceglie di abbandonare il lavoro che aveva.
Mia madre è dunque un film che porta sullo schermo tantissimi temi e sentimenti: la solitudine, la vita, la morte, la paura di rimanere soli, l’angoscia e la paura del vuoto. Un film che riporta ai veri valori della vita: l’amore per le persone che amiamo, così come sono, fino alla fine.


                                                                                                         Lavinia Alberti

venerdì 10 aprile 2015

La voce della passione


Alessandra Salerno, classe 1987, è una giovane cantante palermitana da poco emersa nel panorama della musica italiana. La Salerno vanta diverse apparizioni televisive negli ultimi tempi, ma è soprattutto con l’esibizione a The Voice of Italy 2015 che emerge il suo talento; per dimostrare quest’ultimo, la cantante ha scelto di farlo con un brano molto famoso: Creep dei Radiohead, in un’inedita versione arrangiata con l’Autoharp.
L’originalità della cantante consiste oltre che nella sua vocalità non indifferente, in questo strumento.    
                                                                                                                     

                    
     Sin dai primi accordi il pubblico e soprattutto la giuria in studio è colpita non solo dalla sua vocalità penetrante e coinvolgente al contempo, ma anche dall’accompagnamento che nell’insieme risulta un ibrido tra una fisarmonica, un’arpa e una chitarra. Il risultato è strabiliante.
 A dire il vero, ancor di più colpisce il fatto che una ragazza all’apparenza così timida e fragile come lei, tiri fuori in certi casi una voce così portentosa, alternando tali momenti anche ad acuti davvero sorprendenti. Insomma, la Salerno si presenta sin da subito una cantante dalle mille sorprese in grado di modulare i timbri vocali e gli accordi in base ai suoi scopi e all’atmosfera che vuole creare; è dunque una vera e propria incantatrice, e in effetti si è dimostrata tale dato che è stata in grado di convincere la commissione giudicante all’unanimità, entrando nel team di Piero Pelù.                                                                                                                                                 
  L’emozione della Salerno nel vedere poco prima dell’esibizione la giuria schierata è tanta, infatti queste sono le sue parole: “Quando li ho visti grati verso di me sono rimasta paralizzata”. Ancor più entusiasmante è stato per la Salerno vedere gli apprezzamenti della giuria.             
 Quest’ultima nei confronti della palermitana si è espressa chiaramente: la sua infatti è una musica straordinaria non solo per la perfetta commistione tra lo strumento e la voce, come detto poc’anzi,  ma anche per ciò che è in grado di trasmettere; la sua voce sembra quasi una preghiera, che emana un qualcosa di spirituale, andando oltre i confini della materialità. Insomma…sembra portare, almeno per il tempo della canzone, in un mondo più astratto, quasi etereo e metafisico.                                                                         
 Lo stesso Piero Pelù, ha riconosciuto l’eccezionalità della giovane palermitana, tanto da invitarla a entrare nel suo team; egli ha apprezzato soprattutto il fatto che la Salerno ha saputo rendere una canzone così hard come Creep, in qualcosa di celestiale. Meglio ancora, ciò che ha colpito Pelù maggiormente è stato il fatto che la cantante ha saputo unire i due aspetti: l’elemento rock e quello più leggero; concludendo il suo apprezzamento nei confronti della palermitana, Pelù ha così definito la sua personalità: “un po’ diabolica e un po’ angelica”.                                                                            
Quanto al suo strumento e alle sue capacità espressive, non si può negare che esso abbia giocato un ruolo fondamentale per il suo successo, proprio per le atmosfere create: suggestive e cariche di emotività. Dal punto di vista rappresentativo e simbolico, sia la strumentazione che la sua voce sembrano incarnare la duplice personalità che c’è in lei: da un lato i suoni dolci e malinconici che imitano un po’ la fisarmonica, la chitarra e l’arpa rimandano al suo lato più debole ed emotivo, dall’altro la sua vocalità a volte irruenta e aggressiva, mostra il suo lato più prorompente. Dietro il suo aspetto cela dunque una grande carica, un’anima rock e classica.
L’audience a cui si rivolge la cantante palermitana è dunque eclettica, proprio perché variegato è il suo modo di approcciarsi al pubblico.
La Salerno dunque con questo suo modo di fare musica è destinata, almeno per il momento, ad essere la nuova star musicale del momento, un po’ come nel 2010 era stata la giovane cantautrice romana, Nathalie, che con la sua esibizione al talent X Factor e con le sue canzoni inedite, aveva riscontrato un gran successo, vincendo anche il la quarta edizione del talent.

                                                                                          Lavinia Alberti
           

giovedì 12 marzo 2015

Le atmosfere musicali di Gianluca De Rubertis


Perché recarsi al bar della metro Lambrate di Milano l’8 maggio e, soprattutto, con quale motivazione? Semplice: l’esibizione di Gianluca de Rubertis.
Pianista leccese, classe 1976, cresciuto nella vicina Matino, de Rubertis sperimenta fin da bambino la passione per la musica, soprattutto per il pianoforte, strumento di cui s’innamora immediatamente. L’amore per il mondo dei suoni rappresenta  un tratto distintivo non solo dell’artista ma di tutta la famiglia de Rubertis: il cantautore ha infatti ereditato la passione dai genitori, entrambi poliedricamente musicofili.
                 

Gli esordi del giovane leccese sono ardui, com’è per qualsiasi artista che comincia.                         
 Spinto dall’entusiasmo e incuriosito dal mondo musicale, dopo i primi successi locali de Rubertis decide così di lanciarsi nella sfida più difficile per lui: formare un gruppo e produrre un disco. Nel 2001 insieme alla sorella Matilde, Riccardo Schirinzi e Giancarlo Belgiorno dà vita al gruppo degli Studiodavoli, punto iniziale di una serie di successi. Dopo diversi  riconoscimenti e album (Megalopolis nel 2004 e Decibels for dummies nel 2006), poco dopo fonderà il duo Il Genio insieme ad Alessandra Contini: l’originalità del duo consiste proprio in uno stile retrò e deliziosamente naif, probabilmente la componente decisiva del loro successo e che ha fatto breccia nel cuore degli ascoltatori. In pochi anni il duo ha registrato un grande apprezzamento da parte dei media, letteralmente affascinati dallo stile musicale del gruppo. Nel 2012 dal lancio della sua carriera da solista nasce invece l'album Autoritratti con oggetti, in cui de Rubertis è cantante e compositore (alla chitarra e alla tastiera).
Rispetto ai precedenti lavori (gli album degli Studiodavoli e de Il Genio) ciò che si nota nello stile compositivo di Gianluca De Rubertis è una maturazione nelle ultime composizioni, uno stile più vivido e limpido e ciò emerge soprattutto in canzoni come Io addio e Valzer della sera, entrambi contenute nel suo disco Autoritratti con oggetti; il primo è un brano scritto d’estate ma nostalgico, in cui attraverso i soli pianoforte e violino emerge un’atmosfera lunare dove ci si sveste di se stessi per poter abbandonare l’altro; il secondo è un valzer, anch’esso malinconico: uno specchio per tutti coloro che si sentono soli e avvertono lo smarrimento della vita.
Si coglie inoltre il desiderio di affrontare diversi temi, tra questi quello della solitudine e dell’amore, presentati al pubblico in maniera davvero coinvolgente grazie alle atmosfere da lui create nelle sue performances: atmosfere fatte di silenzi, di luci, di ombre e ritmi avvolgenti. Cifre costanti delle sue canzoni sono i temi sociali e sentimentali: sofferenza, dolore, perdita che trasportano l’ascoltatore nella dimensione intimista dell’artista.
Ma forse il tema veramente prediletto dal cantautore leccese è l’amore: un amore musicato, deriso, sbeffeggiato, disatteso, reso in maniera armonica grazie alla sapiente unione tra testo e metrica; il risultato è davvero gradevole e raffinato poiché alla musica classical-pop de Rubertis unisce nei suoi testi anche un lato sarcastico quando si parla di donne.
Quello di de Rubertis si presenta quindi come uno stile sui generis; egli crea mondi cantati al buio, del mistero e dell’incertezza, introdotto talora dagli accordi del piano solo, altre volte dalla chitarra. Caratteristica delle sue performances è che esse iniziano sempre con qualche luce soffusa, che va poi ulteriormente sfumando nel corso dell’esibizione fino ad ottenere un buio quasi completo. Alla fine illuminati sono solo gli strumenti necessari per la performance: le chitarre elettriche, i violini,  i soffi sospirosi dei fiati e, ovviamente, il solista che canta. Grazie al suo pianoforte, che armonizza il tutto rendendo l’atmosfera suggestiva, ecco che si crea un sodalizio tra musica, gesti e silenzi: il risultato finale per chi ascolta è un silenzio che diventa armonia e viceversa.              
Le sue sonorità sono in bilico tra le tradizioni musicali d’oltralpe e lo stile electro-pop di matrice anglosassone; potremmo dunque definire il suo uno stile classical-pop. In altre parole, quello di de Rubertis è uno stile eclettico, proprio perché si rifà un po’ ai cantautori degli anni ’80 (si pensi a Gaber), ma anche a quelli più moderni, ad esempio a Renzo Rubino (emerso sui principali palchi italiani grazie all’esibizione al Festival di Sanremo 2013), il cui stile per certi aspetti lo ricorda. I due giovani artisti presentano infatti delle affinità: l’impostazione timbrica in entrambi baritonale, lo stile compositivo, il ritmo delle canzoni e con esso il modo di accostarsi al piano.                  
Quello di de Rubertis è un approccio curioso e insolito alla musica, e perciò possiamo senz’altro annoverarlo fra le realtà più interessanti dell’attuale  panorama musicale italiano.

Il motivo per cui vale la pena andare a sentire de Rubertis è quindi duplice, formale e sostanziale: sa rendere carichi di fascino gli accordi con i tasti bianchi e neri del pianoforte, trasformando il silenzio in qualcosa di veramente suggestivo; i suoi testi poi sono spazio di riflessione, per i temi affrontati e la spigliatezza nel trattarli.                                                                                     
Tutto questo lo distingue da altri compositori “commerciali”, rendendolo unico nel suo genere.




                                                                                       Lavinia Alberti

martedì 3 marzo 2015

Irina Lankova: talentuosa del piano

                                        
Considerata dai più celebri artisti contemporanei uno straordinario talento del piano, dotata di grande passione e vitalità, sin da bambina mostra un grande amore per il suo strumento e soprattutto, come si deduce dal repertorio da lei eseguito, sembra prediligere autori classici, specie quelli romantici, tardo-romantici. Classe 1977, Irina Lankova, vanta una straordinaria carriera pianistica a livello internazionale. Nata in Russia , si forma prima a Mosca con Irina Temchenko, Irina Naumova e Lev Naumov, laureandosi con il massimo dei voti nella famosa Scuola di Musica Gnessin di Mosca. In passato si è esibita come solista in molte orchestre tra cui con la Moscow Chamber Orchestra , la Nijnij Novgorod Philharmonic e la Novosibirsk Symphony Orchestra.
 
La pianista vanta innumerevoli produzioni discografiche: "Rachmaninov e Liszt " (2004) ,"Scriabin - da romantico a Mystic" (2006) , "Chopin" (2008) , "Schubert The Journey "(2012); tutte hanno riscontrato ottime recensioni della stampa internazionale .
 
A lei si deve inoltre nella Stagione Concertistica 2013-2014 la nuova versione degli ultimi lavori di Schubert per pianoforte (Indesens, Parigi) e un recital di debutto di grande successo in Salle Gaveau a Parigi.
 
In questa Stagione Concertistica 2014-2015,invece, ha presentato diversi nuovi progetti multimediali: “Infinity” e il progetto“Goldberg Mirrors”.
 
Da pochi mesi ha inciso il suo nuovo CD “Caprice” con la violinista Tatiana Samouil in uscita il 30 gennaio 2015 a Salle Gaveau di Parigi .
 
 
 La musica come si può ben capire dalle sue performance e dalla passionalità e ardore che ci mette, è tutta la sua vita, la sua seconda anima per così dire. Le sue recenti parole ne sono infatti una conferma:
 
«Per me la musica classica è la migliore arte sta creando nel mistero del tempo ; la durata della musica è fugace , ma la sua esistenza è eterna , come l'eternità di un momento e l'istanza di una vita
Perché è una gioia per la mente, un rifugio per l'anima e una consolazione per il cuore.
Si tratta di pura bellezza . Si tratta di spiritualità. Si tratta di sensualità . Si tratta di ogni tipo di emozione . Si tratta di umorismo . Si tratta di fantasia . Si tratta di sogni.
Mi vedo come un medium tra il pubblico e il compositore, un medium tra noi e l'infinito .
Famosa frase di Dostoevskij dice " La bellezza salverà il mondo " . Credo che il nostro compito rimane per essere un interprete di questo messaggio, ognuno di noi sta facendo del suo meglio . Come pianista , non posso cambiare il mondo , posso portare solo qualche bellezza in esso - la bellezza della musica che mi fa risparmiare e aiuta gli altri a sopravvivere . Questa è la mia fede come artista »
 
 
                                             

 
Queste le date dei suoi prossimi concerti:
 
12th Feb 2015: Concert at Mercedes House - Grand Sablon, Brussels
 
14th Feb 2015: Recital in Palermo, Italy - Palermo Classica Festival
 
24th Apr 2015: Concert at Cercle Gaulois, Brussels
 
3rd May 2015: International Music Festival in Yaroslavl, Russia
 




                                                                                                               
                                                                                         Lavinia Alberti



sabato 28 febbraio 2015

Maraviglioso Boccaccio

Dopo Cesare deve morire, Orso d'oro al Festival di Berlino del 2012, i fratelli Paolo e Vittorio Taviani propongono Maraviglioso Boccaccio, in uscita nelle sale dal 26 febbraio.
Il nuovo film dei fratelli Taviani, affronta un tema già ben noto al pubblico: le novelle del Decameron di Boccaccio. Sin dalle prime inquadrature, lo spettatore viene guidato e trasportato, sia musicalmente che visivamente, nell’ambiente, nella cultura e nelle usanze fiorentine del ‘300.
Dalle prime riprese, dal basso all’alto e dai campi lunghi, (che sembrano quasi dei quadri) ma anche dalle musiche utilizzate, lo spettatore capisce quasi subito che si tratta di un’opera che porta la firma dei due fratelli fiorentini.
Il film si presenta sin da subito scorrevole e dunque di facile fruizione; pur trattando un tema che per alcuni potrebbe sembrare poco stimolante o di poco interesse come quello del racconto delle varie novelle da parte dei protagonisti, nell’insieme risulta molto efficace ed è capace di incuriosire, e accattivarsi l’attenzione del pubblico più “ostile” a questo genere di film. Merito di tutto ciò è non soltanto l’abile regia dei registi fiorentini, ma anche la colonna sonora (il commento musicale è infatti affidato a musiche composte dai Taviani e a quelle di repertorio di Mozart), che si fonde perfettamente alle immagini contribuendo così al coinvolgimento emotivo del pubblico.
Il film è del tutto fedele all’opera boccaccesca. Esso inizia descrivendo l’ambiente cittadino fiorentino e il suo relativo contesto storico: la peste che si abbattè nel 1348 su Firenze. Successivamente la scena si sposta nelle campagne fiorentine (in una villa abbandonata sulle colline toscane), dove si recano sette ragazze e tre ragazzi per sfuggire all’epidemia di peste, alla disillusione della loro epoca e per ritrovare i valori perduti.
Per non annoiarsi e per utilizzare il loro tempo in maniera utile, decidono così di raccontarsi a turno una novella al giorno, secondo il tema stabilito il giorno prima; Delle cento novelle boccaccesche, solo cinque verranno raccontate nel film. Le storie da loro raccontate, sono molto varie: si va infatti dalle storie di tono tragico, a quelle di tono bizzarro, comico, fino a quelle erotiche.
Ciò che si nota all’interno del film, è il fatto che sono le donne che hanno il ruolo centrale, tant’è vero che tutto parte da loro; è lo stesso Antonio Taviani a dirlo:
«Il film è completamente al femminile, sono loro che decidono di uscire da Firenze, sono loro che decidono di ingannare il tempo e la morte raccontandosi novelle e sono sempre loro che con l’amore, la fantasia, i racconti, riacquistano fiducia nel futuro, decidendo poi di tornare a Firenze»
Le novelle vengono raccontate in maniera alternata: si inizia con la storia di Gentile Carisendi, una novella di passione e rivincita, i cui interpreti sono Riccardo Scamarcio nel ruolo di Carisendi che riporta l’amata in vita, e Vittoria Puccini nel ruolo di Catalina. La novella seguente si presenta invece dal tono comico e ironico e descrive la ben nota storia di Calandrino, un artigiano con la fama di stupido e sempliciotto, un uomo che si crede furbo, ma che viene beffato dai due amici Bruno e Buffalmacco.
Il pubblico quasi non riconosce Kim Rossi Stuart (abituato a interpretare ben altri ruoli), che nelle vesti di Calandrino, non lo aveva quasi mai visto, almeno in un film dei Taviani.
Segue poi la novella dal tono più mesto e cupo, quella di Tancredi e Ghismunda, i cui ruoli sono interpretati rispettivamente da Lello Arena e Kasia Smutniak. Il ruolo di Goffredo è invece affidato a Michele Riondino, ben interpretato e soprattutto calzante per questo ruolo.
La storia, anche questa ben nota, racconta la vicenda dell’amore tormentato di Ghismunda e Goffredo, che vede continui ostacoli proprio a causa degli ostacoli del padre Tancredi. Il finale della novella sarà amaro e tragico; il padre ucciderà l’amato della figlia, prendendogli il cuore, e Ghismunda per la profonda infelicità si suiciderà invogliando del veleno.
Con la quarta novella si ritorna di nuovo a un tono comico, ironico e grottesco. La storia è infatti quella di alcune badesse, monache di clausura che, ancora giovani e piacenti, in quanto esseri umani fatti di carne ed ossa, non possono far a meno di cedere ai piaceri della carne.
Tutta la novella viene descritta e soprattutto interpretata in chiave grottesca e caricaturale, tanto da suscitare nel pubblico in sala (grazie anche alle battute comiche recitate con l’accento fiorentino) grandi risate e in certi casi commenti. La novella, seppur in maniera sottile e arguta, vuole essere chiaramente un “attacco” alla chiesa, e vuole far riflettere su quanto a volte anche la Chiesa (dietro le apparenze e i riti di facciata) sia spesso ipocrita. Il messaggio di Boccaccio d’altronde era ben chiaro su questo.

A rendere il tutto più comico e grottesco nel film, è la recitazione e il volto di Paola Cortellesi, che interpreta una delle badesse: Usimbalda la quale, anche lei come molte altre, verrà alla fine scoperta per aver commesso suoi “peccati”. La Cortellesi svolge forse il ruolo centrale, proprio perché è presente in molte scene della novella; è infatti dal suo volto e dalle sue battute che provengono le risate e i commenti del pubblico in sala.

                         

Infine l’ultima novella, che si colloca a conclusione del film, racconta invece la storia di Federigo degli Alberighi, un giovane innamorato, il cui ruolo è affidato a Josafat Vagni e di una nobildonna, Giovanna, interpretata da Jasmine Trinca che però in quanto madre non contraccambia il suo amore. Si tratta di una novella dai toni dolceamari: il protagonista infatti, un nobile decaduto, sacrifica infatti il suo unico bene, un magnifico falcone da caccia, per onorare la sua ospite Giovanna.
Il film si chiude così come si è aperto: con una storia d’amore impossibile risoltasi in un lieto fine.
Narrando la fuga nella campagne da parte dei dieci ragazzi, i Taviani hanno voluto raccontare la precarietà e la “peste” domestica che avvolge le loro vite; non è un caso se i due registi fiorentini abbiano scelto proprio in questi tempi di rappresentare tali tematiche; infatti, la pestilenza potrebbe rappresentare la metafora della crisi odierna: crisi di certezze e di valori, ma anche la precarietà dei giovani e il loro bisogno di fare comunità. Il messaggio che sembra vogliano dare i registi fiorentini è proprio questo, e le loro parole lo confermano: "La peste è il punto di partenza del film che rappresenta il male dei nostri tempi, riapparsa, oggi, in forme diverse".


          




                                                                                                                                   Lavinia Alberti

venerdì 30 gennaio 2015

Toni Servillo: l'erede di De Filippo

Toni Servillo, attore napoletano già affermato in Italia e all’estero da diversi decenni, in occasione del trentennale dalla morte del grande Eduardo De Filippo, ha calcato le scene dei principali teatri italiani e reinterpretato il famoso attore.
Egli può essere definito un nobile interprete che rende omaggio a un altro grande del passato.
A proposito del talento di De Filippo, si possono citare diverse opere in cui egli ha mostrato la sua maestria interpretativa; un esempio è Natale in casa Cupiello, la commedia forse più nota di Eduardo, portata in scena per la prima volta al Teatro Kursaal di Napoli il 25 dicembre 1931, che segna di fatto l'avvio della felice esperienza della Compagnia del "Teatro Umoristico I De Filippo", interpretata dai tre fratelli napoletani e da attori, a quei tempi alle prime armi, che diverranno poi famosi nei decenni successivi: si pensi ad Agostino Salvietti, Pietro Carloni, Tina Pica, Dolores Palumbo. Una commedia questa molto gradevole, che facilmente il pubblico può seguire, nonostante le due ore di performance; alla base di questa facile fruibilità vi è, ovviamente, la spontaneità di Eduardo, la naturalezza con cui egli interpreta il suo ruolo (Luca Cupiello), che può essere definita senza ombra di dubbio disarmante.
                     


Altra commedia interpretata magistralmente dal grande napoletano di metà Novecento è Non ti pago, (1940) anch’essa un’opera leggera e divertente, tanto che il pubblico, come nel caso della commedia poc’anzi citata, non si accorge quasi del tempo che passa; esso scivola via tra una battuta e l’altra, tale per cui lo spettatore ha l’impressione di ritrovarsi in un tempo relativamente breve alla conclusione della storia: tutto merito di Eduardo. Infine, all’appello delle grandi commedie edoardiane, non può di certo mancare Napoli milionaria! (1945). Considerata uno dei capisaldi della sua produzione, l’opera narra la dissoluzione morale di una famiglia che nei vicoli di Napoli, durante la guerra, spinta dalla miseria si "arrangia", pur contro la volontà del capofamiglia, don Gennaro. Dopo l'arrivo degli Alleati la ricchezza affluisce nel vicolo, ma i milioni sono poco puliti: essi infatti vengono dallo sfruttamento, dallo strozzinaggio, dalla miseria altrui e dai furti di Amedeo, il primogenito. L'improvviso ritorno del capofamiglia, riporterà infine l'equilibrio e l'onestà nella famiglia. Il lieto fine lancia così allo spettatore un messaggio di speranza: le amarezze, le miserie della guerra, il vuoto di valori, la dignità umana calpestata, si dissolvono, lasciando così al fruitore della commedia un senso di appagamento e identificazione  al contempo.

                                    
            
Proprio per rispolverare la sua memoria e la sua illustre carriera, la nuova collana promossa da Repubblica propone otto dvd in uscita in edicola a partire dal ventisette dicembre fino al 7 febbraio 2015; con Servillo possiamo dire che siamo di fronte a un nuovo De Filippo, la cui interpretazione, però, senza nulla togliere a quella fornita dal grande napoletano dei tardi anni ’40/50, si differenzia per la recitazione più tecnica e più accademica, ma non per questo meno efficace. La differenza tra i due si può così riassumere: de Filippo era più spontaneo ed emotivo nelle sue interpretazioni, Servillo si mostra invece, come accennato in precedenza, più tecnico.
Con Eduardo lo spettatore si trova di fronte a un uomo che ha messo insieme una raffinatissima arte recitativa, mai abbandonando però la dimensione popolare della propria drammaturgia.                     
 Il pubblico che va a vedere le sue commedie, nei momenti di silenzio che precedono la sua entrata, aspetta di vederlo recitare, poi si accorge che ha già cominciato a farlo e, quando comincia le battute, ha così l’impressione che non stia recitando più. Una magia che si rivive tuttavia anche con le interpretazioni di Servillo, la cui recitazione, come accennato poc’anzi, è però meno sentimentale; in molte scene infatti il pubblico, o almeno quello più attento e spigliato, nota che al nuovo attore napoletano, pur recitando anch’egli con grande maestria, manca tuttavia quella dose di sentimentalismo, quella recitazione passionale, che era meglio resa da Edoardo.Si pensi ad esempio alla celebre scena del caffè presente in Questi fantasmi, interpretata da De Filippo con grande ardore: quasi certamente, se Servillo avesse interpretato questo ruolo, lo avrebbe reso in maniera più “intellettualistica” e accademica, e dunque meno spontanea.
L’erede del grande attore napoletano, anche se con delle differenze (di cui si è accennato in precedenza) è capace, grazie alla sua magistrale interpretazione delle opere edoardiane, di trasportare il pubblico nella Napoli popolare, nelle vicende quotidiane e nei luoghi comuni dell’epoca. Servillo, nell’interpretare le commedie edoardiane, mostra una gran stima nei suoi confronti; le sue parole ne sono infatti una conferma
   «Le sue commedie ci parlano. Nei due testi messi in scena a distanza di dieci anni, Sabato, domenica e lunedì e Le voci di dentro, ravviso le due anime di Eduardo, due anime speculari: nella prima c’è il racconto affascinante di quanto vi può essere di drammatico nella banalità (l’apparente risentimento di Rosa e Peppino Priore sulla qualità del ragù), e come in un chiasmo, nella seconda Le voci di dentro, emerge prepotente il tema di come nell’ovvio possa nascondersi qualcosa di mostruoso. Due aspetti: uno declinato nella solarità della domenica, l’altro nel buio di un antro profondo come la coscienza sporca dell’uomo, illuminato dai fuochi d’artificio profetici e amarissimi di zi’ Nicola».
Lo spettatore guardando uno spettacolo di Servillo, rivive così quell’atmosfera, quei sapori e quegli odori tipici della Napoli di metà Novecento. In Sabato, domenica e lunedì, ad esempio, nella scena del litigio tra Rosa (Anna Bonaiuto) e Peppino (Toni Servillo), il napoletano si esercita alla maniera di Eduardo in scene e controscene, anche se con un pizzico di “rigidità” in più nella recitazione rispetto al modello.
L’attore, ottenuto il premio Oscar grazie al film di Paolo Sorrentino La Grande Bellezza (2013), è stato anche in grado di avvicinare al teatro anche i meno affezionati: non si spiegherebbe in altra maniera il suo strepitoso successo teatrale, cinematografico e televisivo. Probabilmente tale apprezzamento è dovuto al sodalizio Servillo-Sorrentino, titolare anche delle due regie (teatrale e televisiva) negli otto dvd di cui si diceva. Quello che Servillo ripropone, è un vasto repertorio che va da Le voci di dentro fino a Sabato, domenica e lunedì. Nelle sue interpretazioni, non mancano infine autori come Carlo Goldoni (con la trilogia della villeggiatura) e Pierre de Marivaux.
La grandezza di de Filippo si può riassumere con una delle sue ultime dichiarazioni dell’84 al teatro greco di Taormina:

« ... è stata tutta una vita di sacrifici e di gelo! Così si fa il teatro. Così ho fatto! Ma il cuore ha tremato sempre tutte le sere! E l'ho pagato, anche stasera mi batte il cuore e continuerà a battere anche quando si sarà fermato».

                                       

                                                                                                                                    Lavinia Alberti