venerdì 24 giugno 2016

Le “Cupole sonore” di Giovanni Mattaliano





Tra gli eventi palermitani in programma in questi ultimi giorni di giugno, ce n’è uno degno di nota, se non altro per il repertorio proposto. Il concerto intitolato “Fiati di corde”, promosso dall’Associazione “Amici dei Musei Siciliani” è il secondo dei due appuntamenti dal titolo “Cupole sonore”, una mini rassegna ideata dal fiatista e compositore Giovanni Mattaliano, che si svolgerà nella cupola dell’Oratorio del SS. Salvatore (ore 19, venerdì 24 giugno) riaperta al pubblico da poco più di due anni.
A rendere particolarmente carico di suggestioni questo concerto, sarà l’Ensemble Mediterranean Solist clarinets, diretto dallo stesso Mattaliano (ideazione, ricerca musicale e poesie), del quale fanno parte i musicisti creativi Massimo Patti (contrabbasso), Rosario Guzzetta e Antonino Anzelmo (clarinetti).
Il programma prevede l’esecuzione di musiche espressive inedite e improvvisate; si tratterà dunque di melodie cantabili, che faranno pendant con la spiritualità del luogo che ospiterà questa iniziativa musicale itinerante.
Saranno tre i momenti scenici previsti: l’apertura dell’evento sarà sul “ballatoio” (balconcino interno sopraelevato), proseguirà poi nel “loggiato” posto al piano superiore, sotto le arcate esterne dell’oratorio, per concludersi sull’acme della cupola, in una sorta di climax che vedrà un crescendo di emozioni sonore.


Il tema dei brani sarà quello della creatività improvvisativa ispirata dai luoghi d'arte che da anni il compositore/fiatista percorre tra natura e antichi monumenti.
Un percorso mistico dunque, fatto di un connubio di suoni e parole, in cui lo spettatore proteso verso l’infinito potrà accogliere dal basso verso l’alto le sonorità che si manifesteranno dinanzi alla città di Palermo, per l’occasione dominata dall’alto. Una prospettiva da cui dunque la nostra città si allinea alle grandi e storiche città d'Italia, agli antichi monumenti lasciati dal talento di ogni presidio culturale del passato. Scenografia naturale dell’ultimo momento musicale, sarà infine il cielo “urbano” che bacerà i tetti del capoluogo siciliano.

Mattaliano è insegnante di clarinetto jazz dal 2010 al Conservatorio Vincenzo Bellini di Palermo, prima cattedra ad esser stata istituita in Italia. Ha superato i 3000 concerti con produzioni in Europa, America e Asia. Ha svolto da sempre attività concertistica sia come produttore artistico che come editore creativo, seguendo tanti compositori e concertisti nella loro promozione musicale.

“G. Mattaliano…: la cupola è il punto più alto di una città ma anche di una memoria in divenire, arricchita dai particolari e fugaci movimenti artistici, da lì è possibile aumentare o diminuire lo spazio sonoro o aprire le porte di nuove galassie”









Lavinia Alberti


mercoledì 25 maggio 2016

Fimmina -Trasfigurazioni





Come un gesto, un’azione compiuta può cambiare il corso della vita tanto da renderci prigionieri del passato?
E’ proprio a partire da questo quesito che prende le mosse Fimmina -Trasfigurazioni, uno spettacolo di drammaturgia contemporanea per la regia di Daniela Mangiacavallo, in scena il 26 - 27 Maggio (ore 21.00) al Teatro Mediterraneo Occupato di Palermo.
Una rappresentazione tutta al femminile, come suggerisce lo stesso titolo dell’opera, le cui interpreti saranno l’attrice Fabiola Arculeo, Giuditta Jesu,
Isabella Avasnua Messina, Anna Maria Salerno, Giuseppina Vasslo e Bintu Badiane, che con la sua voce interpreterà le canzoni di Nina Simone allo scopo di denunciare i pregiudizi razziali presenti da secoli.
A fungere da cornice e dunque a conferire un valore aggiunto alla rappresentazione, saranno inoltre le musiche dal vivo di Maurizio Maiorana, i cui repertori saranno in linea con il tema esposto.
Lo spettacolo mette in scena la storia di sei donne che "tornano" a testimoniare la loro esperienza allo scopo di suscitare nello spettatore riflessioni sull’essere oggi donna; ripercorre le vite di archetipi femminili attraverso la realtà contemporanea.

Una drammaturgia ironica, che denunciando la frammentarietà dell’essere umano mostra personaggi i quali diventano portatori di diritti umani e di forti valori etici delle eroine proposte. Le attrici porteranno così in scena attraverso uno studio antropologico i più noti modelli femminili; Salomè, la tagliatrice di teste, la seduttrice fatale che tutto ottiene; Franca Viola che dice no alla “fuitina” e con il suo coraggio raggiunge la realizzazione di se stessa; Frida Kahlo emblema dell’inno alla vita e infine Medea, donna ribelle e passionale fino alle estreme conseguenze.
Il lavoro teatrale unirà così più linguaggi artistici: la musica e il canto dal vivo ma anche la pittura, la fotografia e la videoproiezione. Parte integrante dello spettacolo saranno infatti le fotografie di Francesca Lucisano che avranno l’obiettivo di mostrare al contempo l’essenza tragica e il coraggio di queste figure femminili, tutte accomunate - ognuna nel proprio periodo storico e mitologico – da una profonda coerenza.
A rendere particolarmente originale questa rappresentazione sarà infine il fatto che essa vedrà momenti di interazione col pubblico, permettendogli di “entrare” ancor di più nelle vicende di queste donne.
Lo spettacolo offrirà dunque una carrellata di personaggi femminili che hanno fatto la storia e alimentato i miti, una rassegna di forme di ribellione diverse ma convergenti tutte in un unico spazio visuale.

                                                                                                                                        Lavinia Alberti

giovedì 19 maggio 2016

Quel narcisismo digitale della nostra contemporaneità






L’ultima rappresentazione della Stagione Teatrale del Teatro Biondo di Palermo, Ognuno potrebbe, in scena dal 18 al 22 maggio nella Sala Strehler, merita senz’altro di essere visto, se non altro per la straordinaria attualità del tema.

Lo spettacolo di e con Michele Serra, è infatti un reading letterario tratto dall’omonimo libro del giornalista e autore televisivo, e racconta la storia di Giulio, un 36enne “fuori posto” e fuori tempo, un sociologo ricercatore con una fidanzata perennemente connessa. Egli non comprende molti comportamenti dei contemporanei, come per esempio l’esultanza dei calciatori dopo un goal o le priorità che la gente dà alle cose. Detesta il narcisismo digitale o meglio, come lo chiama lo stesso autore “l’egofonia”, che sembra averci allontanato sempre di più dalla vita reale; non si ritrova più nel tempo in cui vive, non ne riconosce i riti, le abitudini, gli schemi. Il protagonista aspetta che accada qualcosa, che ci sia un cambiamento, che si inverta la rotta delle priorità, che possa assomigliare a quelle di un tempo, quel tempo che rimpiange.

Soffre per lo spaesamento collettivo che rende irriconoscibili i luoghi (“non luoghi”) e distanti le persone. Vive con forte disagio la confusione tra il reale e il virtuale e proprio su questo è centrato Ognuno potrebbe: sul cortocircuito tra ciò che è vero e ciò che non lo è, tra ciò che è lontano e ciò che è vicino. E’ una storia di insofferenza e ribellione, di malessere e comicità, un ritratto tremendamente reale dei nostri tempi. Racconta l’Italia dei pendolari sballottolati qua e là alla ricerca di un posto di lavoro “a pochi chilometri da casa, lungo le strade che percorro da una vita”, proprio come accade a Giulio (alter ego di Serra).

E’ dunque uno spettacolo coinvolgente e ironico al contempo, che porta molti spettatori alla riflessione, che apre gli occhi su quello che siamo diventati (una società profondamente “egofona”, da cui l’etimologia della parola Iphone) e che diventeremo nell’era della digitalizzazione e della “confusione” dei rapporti umani. E’ lo stesso Serra d’altronde ad aprire lo spettacolo con ironia, entrando in scena con lo smartphone e dicendo al pubblico che sta semplicemente “dando un’occhiata alle mail e vedendo le varie attività in corso sui social”.


Alla lettura dei testi letti dallo stesso giornalista è affiancata l’esecuzione di alcune canzoni in stretta relazione col racconto, tratte principalmente dal repertorio dei cantautori italiani. Ad eseguirle, il duo acustico Tremo composto da Giuseppe Lopizzo (canto e chitarra) e Simone Bortolami (chitarra).

Ognuno potrebbe è insomma molte cose insieme: un racconto, una riflessione filosofica, una lente per guardare la realtà con lucidità e consapevolezza, ma soprattutto una rappresentazione che vuole sensibilizzare le nuove generazioni (di giovani e meno giovani) affinché esse non diventino degli “automi digitali”.
Perché come si può interpretare dallo stesso titolo ognuno può se vuole consapevolmente fare la differenza - in questo caos multimediale - ponendo in primo piano le presenze fisiche, le parole dirette, anziché quelle virtuali.



                                                                                                                             
                                                                                                           Lavinia Alberti

giovedì 12 maggio 2016

Peccato d’orgoglio e damnatio memoriae. Le compositrici ritrovate.




Un pregiudizio storicamente radicato ha fatto sì che l’essere donna costituisse un limite per la creatività femminile, negando la presenza di numerosissime compositrici per un tempo troppo lungo e a noi drammaticamente vicino. L’amore per la musica ha accompagnato l’esistenza di molte donne, ma moltissime hanno dovuto in passato lottare con fatica per affermare i loro diritti.
Così ancora oggi ci chiediamo perché le musiciste, e soprattutto le compositrici, siano così rare nella storia della musica. Si calcola che siano oltre 600 le donne italiane che si sono dedicate alla musica. Donne condannate a restare nascoste nella clausura dei monasteri e delle corti, costrette all’ombra e al silenzio dai padri, dai mariti e dai fratelli. Molte di esse (distinguendosi spesso e volentieri nel canto lirico) si esibivano nei salotti di corte e per una ristretta cerchia. Tra le più note possiamo citare Fanny Bartholdy (1805-47) che compì gli stessi studi del fratello Felix, e Clara Wieck Schumann (1819-96).
La prima molto ostacolata dalla famiglia e dal contesto sociale, in quanto donna dedita alla musica, riuscì a superare diversi ostacoli, grazie anche all’esempio della contemporanea Clara. La seconda occupò un posto altrettanto importante nella storia della musica al femminile. Compositrice, pianista e insegnante, nonostante i suoi problemi di salute (soffriva infatti di sindrome maniacale depressiva) riuscì come nel caso di Fanny ad “superare” in parte i pregiudizi classisti e a sostenere economicamente e moralmente la sua numerosa famiglia.
Molte altre storie di donne non tanto diverse da quelle appena citate si intrecciarono nei decenni a seguire. Notevoli esempi furono infatti quelli di Teresa Carreno, Corinne Letteur, Marie de Grandevalle, Augusta Holmès, Cecile Chaminade, Maria Giacchino Cusenza, i cui nomi resteranno indissolubilmente legati a una nobile lotta per la propria autoaffermazione.
E’ proprio a partire da questo connubio donne-musica che prenderà le mosse il reading-concerto Peccato d’orgoglio, che si svolgerà il 13 maggio a Palermo (Archivio storico di via Maqueda, ore 16:30). Attraverso una miscela di letture, musiche e voci recitanti, l’evento si propone di far rivivere quelle atmosfere e quelle emozioni di un tempo passato; lo spettatore potrà infatti alla luce dei temi esposti riflettere su cosa significava un tempo l’essere donna e cosa invece è oggi.

                                                            

Oggetto della serata saranno le partiture di Fanny Mendelsshon, Clara Schumann, Nannerl Mozart, Francesca Caccini, Teresa Carreno, Germaine Tailleferre, Cecile Chaminade, Maria Giacchino Cusenza.
Gli interpreti saranno Antonello Manco, Virginia Manco, Salvo Scinaldi, Micol Caronna, Rita Capodicasa, Claudia Raccuglia ed Emanuela Mousse (al pianoforte); Emmanuel Caronna e Gioel Caronna (al violino); Federica Faldetta e Marta Favarò (soprani). Alla musica si alternerà la voce recitante di Donatella Cerlito, che leggerà dei brani tratti da Peccati d’orgoglio di Enza Maria D'Angelo, sulle note dell'autrice stessa al pianoforte.
Oggi, a distanza di secoli da quelle discriminazioni, si vuole ancora ricordare che il talento musicale non è questione di genere, ma di ardore e di animosità. 





                                                                                                            Lavinia Alberti

domenica 17 aprile 2016

Gli Archi nella musica da film

 



Nella storia della musica diversi sono stati i compositori che hanno scritto musica da film per archi; fra questi si sono distinti ad esempio Barber, Morricone, Rota, Williams, Zimmer, Barry, Schostakovic, Webber e Bacalov, solo per citare i più noti. Molti poi nella storia del cinema sono stati i registi che hanno scelto di adattare o far comporre la musica in base alle loro particolari esigenze filmiche.
A proposito di musica da film, un concerto che ha scelto di dedicare l’intera serata a ciò è quello proposto e organizzato dall’Orchestra Florulli, diretta da Lidio Florulli, con la partecipazione solistica della cantante Federica Foresta.
L’evento che avrà luogo Domenica 17 aprile (ore 18) presso il Teatro Lelio di Palermo, presenterà pezzi noti e di grande suggestione, in cui l’ascoltatore potrà “rivivere” parte delle sequenze filmiche.



Il primo brano sarà un Adagio di Samuel Barber, scritto per la memoria dei suoi zii morti ad Auschwitz (per il quale ha vinto il premio Pulitzer), un brano di cui il regista Oliver Stone ne farà la colonna sonora del film Platoon. A seguire sarà eseguito il celebre brano di J. Williams, Schindler’s list, che tutti conoscono per l’omonimo film; si passerà poi alla composizione di Hans Zimmer, Now we are free, presente nel film Il Gladiatore. Altro brano suggestivo sarà quello di J. Barry (La mia Africa) che riporta immediatamente alle immagini dell’omonimo film. Sarà suonato anche il celebre brano di Louis Bacalov (Il Postino), cui seguiranno il Valzer del commiato (tratto dal film Il Gattopardo), Speak softly love, tratto dal film Il Padrino e il brano di Schostakovic (Eyes wide shut) da molti associato alle immagini del film di Kubrick.
Infine tra gli autori proposti da Florulli, all’appello della musica da film non poteva di certo mancare un omaggio a Ennio Morricone, recentemente premio Oscar per la colonna sonora del film The Hateful Eight di Tarantino. Al Maestro saranno dedicati brani come: Gabriel’s theme, Canone inverso, Deborah’s theme, Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto, C’era una volta in America, C’era una volta il West.
La serata come lo stesso Florulli ci tiene a precisare, avrà l’intento e l’obiettivo di rendere omaggio non solo ai musicisti, ma a tutto un mondo di costumi, immagini e atmosfere che le loro musiche evocano, poiché le note, nonostante riescano ad acquisire una loro indipendenza, rimangono sempre intimamente legate alle scene che accompagnano.
 In altri termini la musica da film interpretata dai musicisti servirà a raccontare l’invisibile e a guidare lo spettatore nel mondo della cinematografia e dei fotogrammi più noti della storia del cinema. Si tratterà dunque di sonorità che andranno al di là del dicibile.




                                                                                                               Lavinia Alberti

                                                                                     


                                                                                                                                                                                      

sabato 16 aprile 2016

La dodicesima notte





Il penultimo appuntamento della Stagione teatrale del Teatro Biondo di Palermo (Sala Grande), vede in scena uno spettacolo classico: si tratta della commedia di Shakespeare La Dodicesima notte, la cui regia è stata curata da Carlo Cecchi, presente in scena nel ruolo di Malvoglio.

E’ una commedia corale, nello stile tipicamente shakespeariano, dai modelli plautini, fondata sugli equivoci e sugli scambi di identità e di genere.

La storia è ambientata in Illiria, luogo in cui il Duca e la Contessa (due esemplari di nevrosi narcisistica) sono legati a qualcuno: il primo alla Contessa che non ne vuole sapere di lui; la seconda invece al fratello morto al quale vuole restare fedele per sette anni. Come in quasi tutte le storie shakespeariane, anche in questa gioca un ruolo fondamentale il destino; quest’ultimo infatti provocherà un naufragio dal quale prenderà avvio la trama.

Una delle principali figure femminili (Viola), sperduta in Illiria dopo aver scampato il peggio, non si perderà tuttavia d’animo e deciderà di travestirsi da ragazzo per entrare a servizio del Duca. Quest’ultimo, preso il paggio-ragazza in simpatia, lo farà diventare suo messaggero d’amore con la Contessa. Per ironia della sorte però la nobildonna si innamorerà del paggio, coinvolgendo ancora una volta lo spettatore nell’eterno e seducente gioco del travestimento. A fianco di questa storia, c’è poi un plot comico parallelo che rende la commedia ancora più intrigante; anche qui come nella prima storia l’amore regna sovrano.



Il testo del drammaturgo seicentesco è stato qui esaltato dalla traduzione della poetessa Patrizia Cavalli e soprattutto dalle inconfondibili musiche di Nicola Piovani, ironiche e beffarde durante e dopo le scene. Un’opera dunque il cui il valore aggiunto è rappresentato dalla musica dal vivo (“cibo dell’amore”) e dalla scenografia in continuo dinamismo (resa con pedane in movimento).
Una regia senz’altro originale, se non altro per il ruolo assegnato alla musica in scena, capace di suggerire delle letture interpretative e lasciare interpretare allo spettatore il risvolto dei fatti. Eccellenti inoltre i costumi di Nanà Cecchi, attraverso i quali il regista-attore Carlo Cecchi (Malvoglio) ha saputo orchestrare un grande gioco attoriale, straordinario. Cecchi proprio per la sua interpretazione può essere senza alcun dubbio definito come il più moderno tra i grandi registi-interpreti del teatro italiano.

                                                                                                                                       Lavinia Alberti

giovedì 14 aprile 2016

Melodyterranean: viaggio tra Classica Contemporanea, Elettronica e Jazz







Il nome evoca già melodie trascinanti, le cui sonorità portano lontano, facendo viaggiare la mente in ricordi ancestrali. Si tratta di suoni che rievocano la calda atmosfera del Mediterraneo. I colori di una terra, la Sicilia, in cui gli opposti si fondono creando un equilibrio perfetto.
 Melodyterranean, questo il nome del nuovo progetto musicale del vibrafonista siciliano Giuseppe Mazzamuto, che è più di un’esecuzione musicale. E’ un viaggio esperienziale in cui attraverso vibrazioni ci si ritrova trasportati in un luogo senza tempo ma dalla forte impronta Classica Contemporanea, Elettronica e Jazz. Il musicista palermitano, dopo aver studiato presso il Consevatorio “V. Bellini” di Palermo e conseguito il diploma in strumenti a percussione, vincendo agli esordi della sua brillante carriera l’audizione pubblica come timpanista e percussionista presso l’Orchestra Giovanile Italiana, ha avuto l’occasione di lavorare con direttori e musicisti di livello internazionale; si tratta di maestri del calibro di R. Muti, C.M. Giuliani, G. Sinopoli, con i quali si è esibito nei principali teatri d’Italia, come il teatro Reggio di Torino, La Fenice di Venezia, il Comunale di Bologna, Il Maggio Musicale Fiorentino.
Ha inoltre lavorato per la Fondazione Teatro Massimo, la Fondazione Orchestra Sinfonica Siciliana, la Fondazione Orchestra Regionale Toscana e altre Fondazioni di rilevanza nazionale e internazionale. In passato è stato anche docente dal 2010 al 2015 di Batteria e Percussione Jazz presso il Conservatorio di Stato V. Bellini di Palermo. Come si può ben cogliere dalle sue composizioni, nella sua formazione, oltre all’evidente influenza jazzistica, c’è anche quella classica.


Nel progetto di Mazzamuto ci sono dunque tutti gli elementi per poter dire che si tratta di un lavoro molto originale, perché tende a fondere tante realtà e tante culture, ma al cui centro vi è la Sicilia come punto focale. Egli stesso infatti sottolinea che:
“In Melodyterranean dominano la melodia e il mediterraneo due degli aspetti più rappresentativi che ritraggono l’Italia nel mondo. Da un lato la melodia italiana, che è stata da sempre il vero brand della musica made in Italy, dall’opera di Giacomo Puccini, alla musica napoletana e siciliana di Ernesto de Curtis e Rosa Balistreri. Elemento imprescindibile dell’arte compositiva italiana sia colta che popolare. Dall’altro il mediterraneo da sempre simbolo di migrazione e accoglienza, punto d’incontro di popoli di diversa cultura che si fondono tra loro e trovano nella Sicilia il centro nevralgico.  Quest’isola è porto di partenza e di arrivo e sarà sempre terra di migranti e di immigrati”.

Il quintetto jazz guidato da Giuseppe Mazzamuto (vibrafono, marimba e loop station) percussionista della Fondazione Orchestra Sinfonica Siciliana, è formato da musicisti pluripremiati in campo nazionale ed internazionale: Giovanni Conte (piano e synth) e Giovanni Villafranca (contrabbasso), Manfredi Caputo (percussioni) e Fabrizio Giambanco (batteria).
Dieci dunque i brani composti dal vibrafonista palermitano, ognuno dei quali fa viaggiare con la mente e con il corpo, le cui combinazioni sonore ben rispecchiano la nostra terra, per secoli dominata da popoli diversi.

                                                                                                                                         Lavinia Alberti