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mercoledì 27 giugno 2018

“Volver”, il nuovo spettacolo della Compagnia dei Migranti Amunì



Per il secondo anno consecutivo un tema molto attuale come quello dei migranti e della loro identità



Si chiama così, Amunì Volver il nuovo progetto teatrale ideato dal regista e drammaturgo Giuseppe Provinzano, vincitore del bando MigrArti 2018 indetto dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e primo nella graduatoria nazionale.

Si tratta di uno spettacolo – il cui debutto sarà il 5 luglio – che si propone di mettere al centro il tema dei migranti, e con esso le esperienze di vita vissuta che questi ultimi si trovano a vivere. 
La Compagnia di recentissima formazione (appena un anno) raccoglie attori, performer e aspiranti tali di origine africana, asiatica, tunisina, marocchina, irachena, tutti accomunati dall’esperienza migratoria, in forma più o meno pervasiva.

Un progetto che ha accolto nuovi ragazzi migranti, le loro storie e le loro esperienze, incrementando il confronto e il dialogo con stimoli nuovi e sempre diversi; il risultato di un percorso di formazione artistica e di integrazione coadiuvato dagli attori professionisti.

In Volver non è protagonista solo il teatro ma anche la musica, la scenografia, la scenotecnica; esso rappresenta l’occasione di parlare di qualcosa di “vecchio” nel “nuovo” mondo degli sbarchi. Al centro è posta infatti la memoria storica degli italiani costretti a partire nei primi dei Novecento verso terre lontane alla ricerca di un mondo migliore in cui insediarsi, ma c’è anche un chiaro rimando alla situazione dei migranti di oggi.

Un testo quello di Provinzano (già vincitore del premio Dante Cappelletti XI edizione) più che mai attuale (soprattutto alla luce degli eventi accaduti in queste ultime settimane). Ciò che viene messo in risalto sono i punti di contatto tra la storia di questi uomini disagiati e la nostra, quella italiana, vista con gli occhi di giovani donne e uomini che hanno potuto ritrovarvi “parti” di sé, a conferma che le storie di migrazione sono simili in ogni tempo, paese, cultura.

I quattro giorni dedicati all’incontro con il pubblico (dal 4 al 7 luglio, presso lo Spazio Franco dei Cantieri Culturali di Palermo) avranno carattere multidisciplinare e metteranno al centro il teatro, il cinema, la musica, i laboratori e il cibo. Al progetto parteciperanno diverse realtà palermitane impegnate nel mondo del volontariato e del dialogo tra culture, come Moltivolti, Cooperazione Senza Frontiere, The Factory e Palermo Youth Center, il Teatro Biondo di Palermo e molte altre.

Uno spettacolo dunque il cui interesse è quello di mettere al centro la peculiarità e l’unicità di ognuno di questi attori; un'esperienza di eticità e moralità prima ancora che una prova d’attore.






Lavinia Alberti

domenica 20 maggio 2018

“Liolà”: quando la prosa si trasforma in coralità. Un omaggio al commediografo di Girgenti





Nell’anno del 150esimo dalla nascita di Luigi Pirandello il Teatro Biondo di Palermo non poteva chiudere in modo migliore la Stagione Teatrale 2018: con uno spettacolo dedicato proprio a lui, e lo fa mettendo in scena in modo del tutto originale “Liolà”, commedia campestre in tre atti, come fu definita dallo stesso autore agrigentino.

Si tratta di una narrazione con un taglio inusuale, che fonde perfettamente prosa, musica e movimenti scenici, che sin dalle prime battute è in grado di far “perdere” lo spettatore nella dimensione della finzione scenica, nelle sonorità e nelle varianti dialettali siciliane, interpretate in tutte le loro sfaccettature.

Sono questi gli ingredienti di un’opera che, benché audace da certi punti di vista (si pensi alla scelta di recitare l’intera commedia in dialetto, come anche all’utilizzo di certe coreografie simboliche) risulta nell’insieme abbastanza fedele al testo originale, scritto nel 1916 in dialetto agrigentino.

La commedia, ispirata a un episodio del quarto capitolo del romanzo Il fu Mattia Pascal, racconta le vicende di Liolà, (interpretato da Mario Incudine) un contadino il cui unico scopo sembra essere quello di sedurre e mettere incinta le ragazze delle campagne agrigentine, dei cui figli si fa carico affidandoli alla propria madre. Nel corso della commedia, il giovane contadino di Girgenti ingraviderà fra le altre Tuzza, nipote del ricco Zio Simone (magistralmente interpretato da Moni Ovadia, che funge anche da narratore introducendo la commedia con un breve prologo in lingua italiana); l’anziano possidente, dietro proposta dello stesso Liolà, vorrebbe far credere alla comunità di essere il padre del nascituro per nascondere la propria sterilità, assicurandosi così un erede legittimo della propria roba.

Un gioco raffinato e ben equilibrato di seduzioni e inganni, ma anche di pungenti e filosofiche battute è affidato – in parti che sembrano quasi cucite loro addosso - ai palermitani Paride Benassai nel ruolo di Pauluzzu (personaggio del folle-saggio introdotto dal regista e non presente nella commedia originale), a Rori Quattrocchi nel ruolo di Zà Ninfa, una nonna assai materna e oblativa, a Stefania Blandeburgo in quello di Zà Croce, una madre possessiva e calcolatrice cui importa molto poco la felicità della figlia.

Tali interpretazioni rendono quest’opera estremamente coinvolgente e comica (dai tratti quasi plautini e per certi aspetti verghiani); in questo senso un valore aggiunto e dunque un ruolo fondamentale per la riuscita della commedia ha svolto anche il monologo finale sulla morte scritto e recitato dal già citato Pauluzzu alias Paride Benassai, monologo che il pubblico sembra aver particolarmente apprezzato, forse perché corteggia ma sdrammatizza anche la morte.

Uno spettacolo sensorialmente ed emotivamente coinvolgente, quasi melodrammatico, che va oltre i tradimenti e le rocambolesche avventure di Liolà, oltre la prosa “piatta”, come le figurine da ombre cinesi in cui i personaggi vengono abilmente trasformati e i cui dialoghi diventano arie e recitativi accompagnati dalla musica che domina dall’inizio alla fine.
Degni di menzione sono quindi anche i movimenti scenici e le coreografie, curati da Dario La Ferla e con essi il coro di contadini e popolani interpretato dagli attori e danzatori del Teatro Ditirammu diretto da Elisa Parrinello, per non parlare della direzione musicale, curata da Antonio Vasta.
La commedia è stata definita dallo stesso Ovadia e Incudine “un’opera a tutto tondo, che mescola prosa e musica in una grande favola vicina al mondo dell’opera popolare. Il protagonista rappresenta la vita, il canto, la poesia, il futile ancorché necessario piacere. Lui è l’amore e la morte, il sole e la luna, il canto e il silenzio, il sangue e la ferita, incarna in sé il Don Giovanni di Mozart e il Dioniso della mitologia, governato dall’aria che fa ruotare il suo cervello come un firrialoru, un mulinello. È un uccello di volo, che teme la gabbia e volteggia da un amore all’altro senza mai posarsi troppo a lungo sopra un singolo ramo. Volteggia e canta continuamente, mirando tutti dall’alto, abbracciando, baciando, amoreggiando, sì, ma scansando scaltro le trappole della restrizione”.






Lavinia Alberti



Regia Moni Ovadia e Mario Incudine
Musiche originali Mario Incudine
Sc
ene Mario Incudine
Costumi Elisa Savi
LucFranco Buzzanca
Movimenti scenici e coreografie Dario La Ferla
Direzione musicale Antonio Vasta
Aiuto regista Alessandro Idonea
P
roduzione Teatro Biondo di Palermo in collaborazione con Teatro Garibaldi di Enna / Teatro Regina Margherita di Caltanissetta.



Musici Antonio Vasta (fisarmonica) Antonio Putzu (fiati) Manfredi Tumminello (corde)
Contadini e popolani Compagnia del Teatro Ditirammu diretto da Elisa Parrinello: Noa Blasini, Chiara Bologna, Elvira Maria Camarrone, Valentina Corrao, Francesco Di Giuseppe, Bruno Carlo Di Vita, Mattia Carlo Di Vita, Noa Flandina, Alessandra Ponente, Alessia Quattrocchi, Rita Tolomeo, Pietro Tutone, Fabio Ustica.





domenica 30 aprile 2017

"Un Ballo in maschera": una riproposta in chiave pop dell’opera verdiana


“Un compendio di archetipi sociali ed emotivi, celati dalla maschera delle convenzioni. Un’attualità valorizzata con la rappresentazione delle emozioni e con il tema dell’integrazione sociale e culturale”



Sarà un appuntamento importante che vedrà ancora una volta protagonisti la musica e il teatro. Il 18 giugno infatti a Bologna, presso l'Officina polivalente delle arti e dei mestieri Camere d'aria (uno spazio di accoglienza nello spirito dell’Associazione Culturale Oltre) sarà messa in scena in una versione ridotta Un ballo in maschera di Verdi, per la regia di Giada Maria Zanzi.
Protagonista della rappresentazione sarà la compagnia Teatro Facies, formata da 7 artisti di differenti "provenienze" (cantanti lirici, attori, fotografi), che daranno vita a uno spettacolo di teatro contemporaneo davvero sui generis.
Particolarità di questo progetto è il suo approccio non canonico all’opera lirica verdiana; lo scopo infatti è quello di far avvicinare a questo mondo così magico e suggestivo (o quantomeno far incuriosire) tutti coloro che non frequentano abitualmente l'ambiente musicale classico.
Lo spettacolo si propone un arduo ma nobile compito: quello di portare il teatro anche in luoghi periferici, molto differenti tra loro e fuori dai canoni classici. Le battute recitate, proprio per il luogo e il contesto socio-culturale in cui l’opera s’inserisce, sono state infatti scritte dagli artisti e alcuni numeri musicali ridisposti, come anche le caratterizzazioni dei personaggi.
La chiave di lettura di quest’opera verdiana, scelta per l’occasione, sarà dunque estremamente pop: i cantanti lirici infatti oltre a cantare (su base orchestrale, come in un musical), reciteranno. Tra i personaggi principali, Renato sarà l’unico che non canterà ma reciterà soltanto. Ulrica e Oscar saranno invece gli inconsapevoli artefici dell'evoluzione psicologica di Renato, in balìa degli eventi. Oltre a Ulrica e Oscar canteranno anche Riccardo e Amelia, che esterneranno il loro amore attraverso l'esecuzione delle rispettive arie principali. Ad essere evidenziate saranno le tematiche dell'amore e dell'amicizia, tematica quest’ultima che lascerà spazio alla gelosia quando Renato scoprirà i sentimenti del conte e della propria moglie.
Scopo dell’opera è soprattutto quello di porre l’accento su alcune tematiche sociali: il problema della diffidenza verso il diverso, la questione dell'integrazione dei diversi ceti sociali, e soprattutto l'influsso, la pressione che la società esercita sull'individuo. In questo senso Renato, attraverso la parola e il mimo, rappresenta l'archetipo ideale per questa messa in scena; la sua espressione consentirà infatti al pubblico di meglio identificarvisi, fino al suo atto estremo e alla redenzione finale, successiva al perdono ricevuto dall'amico morente.
Modernamente intese saranno anche le scenografie di Carlotta Nasi, affidate alla fotografia e rese attraverso la proiezione gli scatti che ritrarranno luoghi "materiali" e soprattutto simbolici; saranno immagini delle situazioni interiori dei personaggi, ma comuni a chiunque altro.
Un testo dunque che grazie al modo in cui tratteggia i soggetti teatrali, è in grado di offrire una moderna chiave di lettura dell’opera, anche se i costumi e l'ambientazione saranno fedeli al testo originale.

REGIA: Giada Maria ZANZI
AIUTO REGIA: Giuseppe MESSINA, Carlotta NASI, Federica DI BIANCO.
SOGGETTO E DRAMMATURGIA: Giada Maria ZANZI
PERSONAGGI ED INTERPRETI: Riccardo, conte di Warwick, governatore di Boston: Cristian GRILLO Renato, creolo, segretario di Riccardo: Giuseppe MESSINA Amelia, sposa di Renato: Rachael BIRTHISEL Oscar, paggio di Riccardo: Giada Maria ZANZI Ulrica, una maga: Paola PANCALDI
FOTOGRAFIA E SCENOGRAFIA: Carlotta NASI



                                                                                                                                                                                                                                                                                     Lavinia Alberti

mercoledì 25 maggio 2016

Fimmina -Trasfigurazioni





Come un gesto, un’azione compiuta può cambiare il corso della vita tanto da renderci prigionieri del passato?
E’ proprio a partire da questo quesito che prende le mosse Fimmina -Trasfigurazioni, uno spettacolo di drammaturgia contemporanea per la regia di Daniela Mangiacavallo, in scena il 26 - 27 Maggio (ore 21.00) al Teatro Mediterraneo Occupato di Palermo.
Una rappresentazione tutta al femminile, come suggerisce lo stesso titolo dell’opera, le cui interpreti saranno l’attrice Fabiola Arculeo, Giuditta Jesu,
Isabella Avasnua Messina, Anna Maria Salerno, Giuseppina Vasslo e Bintu Badiane, che con la sua voce interpreterà le canzoni di Nina Simone allo scopo di denunciare i pregiudizi razziali presenti da secoli.
A fungere da cornice e dunque a conferire un valore aggiunto alla rappresentazione, saranno inoltre le musiche dal vivo di Maurizio Maiorana, i cui repertori saranno in linea con il tema esposto.
Lo spettacolo mette in scena la storia di sei donne che "tornano" a testimoniare la loro esperienza allo scopo di suscitare nello spettatore riflessioni sull’essere oggi donna; ripercorre le vite di archetipi femminili attraverso la realtà contemporanea.

Una drammaturgia ironica, che denunciando la frammentarietà dell’essere umano mostra personaggi i quali diventano portatori di diritti umani e di forti valori etici delle eroine proposte. Le attrici porteranno così in scena attraverso uno studio antropologico i più noti modelli femminili; Salomè, la tagliatrice di teste, la seduttrice fatale che tutto ottiene; Franca Viola che dice no alla “fuitina” e con il suo coraggio raggiunge la realizzazione di se stessa; Frida Kahlo emblema dell’inno alla vita e infine Medea, donna ribelle e passionale fino alle estreme conseguenze.
Il lavoro teatrale unirà così più linguaggi artistici: la musica e il canto dal vivo ma anche la pittura, la fotografia e la videoproiezione. Parte integrante dello spettacolo saranno infatti le fotografie di Francesca Lucisano che avranno l’obiettivo di mostrare al contempo l’essenza tragica e il coraggio di queste figure femminili, tutte accomunate - ognuna nel proprio periodo storico e mitologico – da una profonda coerenza.
A rendere particolarmente originale questa rappresentazione sarà infine il fatto che essa vedrà momenti di interazione col pubblico, permettendogli di “entrare” ancor di più nelle vicende di queste donne.
Lo spettacolo offrirà dunque una carrellata di personaggi femminili che hanno fatto la storia e alimentato i miti, una rassegna di forme di ribellione diverse ma convergenti tutte in un unico spazio visuale.

                                                                                                                                        Lavinia Alberti

sabato 16 aprile 2016

La dodicesima notte





Il penultimo appuntamento della Stagione teatrale del Teatro Biondo di Palermo (Sala Grande), vede in scena uno spettacolo classico: si tratta della commedia di Shakespeare La Dodicesima notte, la cui regia è stata curata da Carlo Cecchi, presente in scena nel ruolo di Malvoglio.

E’ una commedia corale, nello stile tipicamente shakespeariano, dai modelli plautini, fondata sugli equivoci e sugli scambi di identità e di genere.

La storia è ambientata in Illiria, luogo in cui il Duca e la Contessa (due esemplari di nevrosi narcisistica) sono legati a qualcuno: il primo alla Contessa che non ne vuole sapere di lui; la seconda invece al fratello morto al quale vuole restare fedele per sette anni. Come in quasi tutte le storie shakespeariane, anche in questa gioca un ruolo fondamentale il destino; quest’ultimo infatti provocherà un naufragio dal quale prenderà avvio la trama.

Una delle principali figure femminili (Viola), sperduta in Illiria dopo aver scampato il peggio, non si perderà tuttavia d’animo e deciderà di travestirsi da ragazzo per entrare a servizio del Duca. Quest’ultimo, preso il paggio-ragazza in simpatia, lo farà diventare suo messaggero d’amore con la Contessa. Per ironia della sorte però la nobildonna si innamorerà del paggio, coinvolgendo ancora una volta lo spettatore nell’eterno e seducente gioco del travestimento. A fianco di questa storia, c’è poi un plot comico parallelo che rende la commedia ancora più intrigante; anche qui come nella prima storia l’amore regna sovrano.



Il testo del drammaturgo seicentesco è stato qui esaltato dalla traduzione della poetessa Patrizia Cavalli e soprattutto dalle inconfondibili musiche di Nicola Piovani, ironiche e beffarde durante e dopo le scene. Un’opera dunque il cui il valore aggiunto è rappresentato dalla musica dal vivo (“cibo dell’amore”) e dalla scenografia in continuo dinamismo (resa con pedane in movimento).
Una regia senz’altro originale, se non altro per il ruolo assegnato alla musica in scena, capace di suggerire delle letture interpretative e lasciare interpretare allo spettatore il risvolto dei fatti. Eccellenti inoltre i costumi di Nanà Cecchi, attraverso i quali il regista-attore Carlo Cecchi (Malvoglio) ha saputo orchestrare un grande gioco attoriale, straordinario. Cecchi proprio per la sua interpretazione può essere senza alcun dubbio definito come il più moderno tra i grandi registi-interpreti del teatro italiano.

                                                                                                                                       Lavinia Alberti

giovedì 17 marzo 2016

La "Dipartita Finale" portata in scena dai tre grandi del teatro italiano


Dopo l’apprezzata edizione di Finale di Partita di Beckett del 2006, Franco Branciaroli firma questa volta un’opera il cui titolo è esattamente speculare: Dipartita Finale.

Si tratta di un nuovo testo legato al tema dell’assurdo, una messa in scena che vede protagonisti tre clochard, Pol, Pot e il Supino.
Giunti alla fine dei loro giorni, i tre - i cui ruoli sono magistralmente impersonati rispettivamente dai tre celebri attori italiani: Gianrico Tedeschi (96 anni), Ugo Pagliai (78) Maurizio Donadoni (59), si trovano alle prese con le “ultime questioni” cui li costringe Totò - la morte - interpretata dallo stesso regista.
I barboni, accampati in una baracca sulle rive del Tevere, immaginano di rifugiarsi dall’imminente catastrofe della fine del mondo. Pol e Pot consapevoli della fine, l’attendono e la desiderano con timore; il Supino, invece, si crede eterno e può ancora permettersi di filosofeggiare e riflettere sul senso della sua esistenza e fare progetti per il futuro. 



L’amara ironia che attraversa questa storia la rende “lunare”, rappresentativa di una umanità povera di valori – condizione diffusa dei nostri tempi – attaccata alla misera speranza.

Dalla necessità che li costringe a vivere insieme, perseguita con strumenti irresistibilmente divertenti, emerge proprio la speranza, vera forza dell’uomo, che riserverà ai nostri clochard un finale a sorpresa.

La commedia, prodotta dal CTB Centro Teatrale Bresciano e dal Teatro de Gli Incamminati, sarà in scena al Teatro Biondo di Palermo fino al 24 marzo. Si tratta di un’opera che è senz’ombra di dubbio una vera e propria prova d’attore, i cui dialoghi e le cui battute fanno riflettere lo spettatore sul senso del tempo e della vita; essa vuole dunque essere più in generale una meditazione sulla mancanza di religione e sulla scomparsa di Dio, soppiantato qui dall’avanzare della scienza.

Siamo di fronte dunque a una commedia esplicitamente beckettiana, e per certi versi anche bergmaniana, proprio per la dicotomia vita-morte, ateismo-religione, in cui i paradossi e le visioni stralunate sono all’ordine del giorno.

Di bergmaniano c’è inoltre la personificazione della morte, che vede un Branciaroli avvolto dal nero. Che sia una storia in cui si tocca con mano la totale sfiducia nella fede lo confermano le parole del regista sono una conferma:



«Ci si difende dall’angoscia da sempre. L’angoscia è la mancata perfezione della vita. Affidarsi a Dio, venirne uccisi per salvarsi, addirittura ucciderlo per questo: finora. È morto, adesso, per chi lo percepisce davvero. Non morto per noi, non più; scomparso. I più lo ignorano nel profondo perché indifferenti. Con Lui tutto ciò che è assoluto valore è scomparso. Però l’angoscia resta e cresce: vieppiù. La realtà è senza ideale, la natura senza luce. Ebbene, l’opera d’arte (sperando che sia arte) deve essere capace, oggi, di suscitare in qualcuno la convinzione che in essa sia presente quel senso ultimo del mondo che è il trovarsi privi di Dio; e naturalmente la disperazione che ne consegue. […] Ci si difende dall’angoscia cercando la forza più potente: il sapere umano, o meglio, la “tecnica” che ne è conseguenza. Si potrà diventare anche immortali. Tutti i limiti saranno valicati. Immortale non è eterno; qualcuno tenterà di lasciare aperta la porta al divino, al passato di una cultura immensa da cui non si può prendere un definitivo congedo».




Lavinia Alberti

sabato 20 febbraio 2016

Spirito allegro


Il sesto appuntamento della Stagione teatrale del Teatro Biondo di Palermo (sala grande) in scena dal 12 al 21 febbraio è intitolato Spirito allegro, per la regia di Fabio Grossi.
 Si tratta di una commedia molto particolare, brillante e leggera i cui temi non sono di certo nuovi ma qui delineati con grande originalità. Essa è tratta dal romanzo del commediografo londinese Noel Coward, classe 1899, autore la cui cifra peculiare è lo stile garbatamente umoristico e frivolo. Egli oltre che regista di commedie fu anche attore, sceneggiatore e compositore; le sue commedie divennero il soggetto di alcuni film di noti registi americani come Hitchcock e Lubitsch, e furono messe in scena anche da Harold Pinter negli anni ’40 del Novecento.
 
 
 

La commedia racconta la storia di uno scrittore (il cui ruolo è magistralmente interpretato da Leo Gullotta) in cerca di spunti per il suo nuovo romanzo il quale servendosi dello spirito della ex moglie fatto apparire grazie a una medium in una seduta spiritica, cercherà a tutti i costi di portare a termine il proprio lavoro. Charles, questo il nome del protagonista, vive con la moglie Ruth la quale nega di vedere il fantasma, il cui nome Elvira, interpretato dall’attrice Valentina Gristina, sembra quasi riecheggiare qualcosa di etereo.
Se le prime battute della commedia possono apparire poco trascinanti e “divertenti”, a partire dalla seconda mezz’ora l’opera comincia a prendere pian piano il ritmo e a coinvolgere sempre di più lo spettatore grazie a dialoghi e scene sempre più intensi. Si procede dunque verso una sorta di climax ascendente; il merito di ciò va anche all’eccezionale scenografia (curata da Ezio Antonelli) capace di far “entrare” il fruitore nella dimensione delle scene e al commento sonoro le cui musiche di Germano Mazzocchetti, coincidono con la materializzazione e la smaterializzazione del fantasma (in maniera ciclica). Sono presenti inoltre anche musiche jazz poste a chiusura del sipario, che sembrano rievocare alcuni film degli anni ’50-'60 nonché certe atmosfere alleniane.

 

Nel complesso si tratta di una commedia molto scorrevole, i cui ritmi scattanti ed energici sembrano essere impersonati perfettamente dalla figura di Leo Gullotta, la cui recitazione a tratti balbettante, di un uomo che non sa come disfarsi del fantasma della ex moglie, sembra quasi ricordare quella di Woody Allen.

In effetti ci sono molti tratti che accomunano questi due personaggi: così come il protagonista della commedia di Grossi, anche nei film alleniani l’uomo sembra “subire” il fascino di una presenza femminile e non liberarsene più, con la sola differenza che in questo caso si tratta di un fantasma. Inoltre la tematica può ricordare per certi aspetti anche film come Fantasmi a Roma di Antonio Pietrangeli, la cui atmosfera creata sembra simile a quella ricreata in teatro.
Uno spettacolo davvero suggestivo dunque, una prova d’attore la cui bravura degli interpreti (Leo Gullotta, Betti Pedrazzi, Rita Abela, Federica Bern, Chiara Cavalieri, Valentina Gristina, Sergio Mascherpa) si coglie soprattutto dalle scene centrali della commedia, in cui tramite fitti dialoghi e battute rapide gli attori si sono dovuti districare tra un dialogo “fittizio” legato al mondo dell’aldilà e uno legato alla loro quotidianità: una difficile mediazione la cui funzione riesce bene a esorcizzare la paura della morte.
 
 
Lavinia Alberti
 

mercoledì 13 gennaio 2016

Alessandro Preziosi al Caffè del Teatro Massimo per l'Adricesta


Alessandro Preziosi, l’attore il cui nome per molti è associato non solo al mondo del cinema, ma anche a quello più disimpegnato della fiction e delle serie televisive, sarà in questi giorni a Palermo per mettere in scena il “Don Giovanni”, la ben nota opera di Molière.
Dopo le precedenti opere teatrali (Amleto e Cyrano, per la quale ottenne il Premio Maschera d’Oro del teatro italiano 2014 per il miglior monologo) questa volta Preziosi, completando così la trilogia di ambientazione seicentesca, si troverà di fronte a un doppio impegno, scegliendo di firmare la regia dell’opera di cui sarà anche protagonista; la performance teatrale si svolgerà venerdì 15 gennaio alle 18, al Teatro al Massimo, in scena sino al 17 gennaio insieme alla Compagnia del “Don Giovanni” e ai rappresentanti dell’associazione.



L'opera è nota anche con il titolo di “Don Juan ou Le festin de pierre” (Don Giovanni o Il convito di pietra). E' una commedia in cinque atti, in prosa, rappresentata la prima volta al Palais Royal il 15 febbraio 1665 e ispirata alla vecchia leggenda di Don Juan che aveva riscontrato un gran successo in Spagna, in Italia e in Francia.


Si tratta dunque di un evento molto importante non soltanto per il duplice impegno (di regista e attore) assunto dall’artista napoletano, ma soprattutto per il valore aggiunto che in questo caso acquisirà l’opera: al termine della rappresentazione infatti, verrà offerto un aperitivo di beneficenza per sostenere le attività dell’associazione “Adricesta Onlus” (Associazione Donazione Ricerca Italiana Cellule Staminali Trapianto e Assistenza), di cui lo stesso Preziosi sarà testimonial.

Come ha spiegato Giusi Di Forti, delegata per la Sicilia dell’Adricesta Onlus: «Sarà un momento di condivisione del
percorso che stiamo facendo insieme senza, però, nulla di preordinato. Preziosi parlerà dei tanti progetti in corso con la nostra associazione, con la quale sta collaborando con tanto entusiasmo e generosità, ma si intratterrà con i presenti rispondendo alle eventuali domande che gli si vorranno rivolgere. L’aperitivo che seguirà sarà un altro bel momento di condivisione».

L’attore-regista napoletano ha scelto in questo caso un allestimento insolito: multimediale e tecnologico, post-moderno e quasi “cinematografico”; ciò da un lato per sottolineare la straordinaria attualità dell’opera, dall’altro probabilmente per avvicinare al teatro i giovani che oggi sono sempre più lontani da esso. In una società in cui regna sovrana la finzione, in cui vengono messi in scena sentimenti ed emozioni, il Don Giovanni sembra smascherare l’ipocrisia e la decadenza dei comportamenti.



 Lavinia Alberti

venerdì 30 gennaio 2015

Toni Servillo: l'erede di De Filippo

Toni Servillo, attore napoletano già affermato in Italia e all’estero da diversi decenni, in occasione del trentennale dalla morte del grande Eduardo De Filippo, ha calcato le scene dei principali teatri italiani e reinterpretato il famoso attore.
Egli può essere definito un nobile interprete che rende omaggio a un altro grande del passato.
A proposito del talento di De Filippo, si possono citare diverse opere in cui egli ha mostrato la sua maestria interpretativa; un esempio è Natale in casa Cupiello, la commedia forse più nota di Eduardo, portata in scena per la prima volta al Teatro Kursaal di Napoli il 25 dicembre 1931, che segna di fatto l'avvio della felice esperienza della Compagnia del "Teatro Umoristico I De Filippo", interpretata dai tre fratelli napoletani e da attori, a quei tempi alle prime armi, che diverranno poi famosi nei decenni successivi: si pensi ad Agostino Salvietti, Pietro Carloni, Tina Pica, Dolores Palumbo. Una commedia questa molto gradevole, che facilmente il pubblico può seguire, nonostante le due ore di performance; alla base di questa facile fruibilità vi è, ovviamente, la spontaneità di Eduardo, la naturalezza con cui egli interpreta il suo ruolo (Luca Cupiello), che può essere definita senza ombra di dubbio disarmante.
                     


Altra commedia interpretata magistralmente dal grande napoletano di metà Novecento è Non ti pago, (1940) anch’essa un’opera leggera e divertente, tanto che il pubblico, come nel caso della commedia poc’anzi citata, non si accorge quasi del tempo che passa; esso scivola via tra una battuta e l’altra, tale per cui lo spettatore ha l’impressione di ritrovarsi in un tempo relativamente breve alla conclusione della storia: tutto merito di Eduardo. Infine, all’appello delle grandi commedie edoardiane, non può di certo mancare Napoli milionaria! (1945). Considerata uno dei capisaldi della sua produzione, l’opera narra la dissoluzione morale di una famiglia che nei vicoli di Napoli, durante la guerra, spinta dalla miseria si "arrangia", pur contro la volontà del capofamiglia, don Gennaro. Dopo l'arrivo degli Alleati la ricchezza affluisce nel vicolo, ma i milioni sono poco puliti: essi infatti vengono dallo sfruttamento, dallo strozzinaggio, dalla miseria altrui e dai furti di Amedeo, il primogenito. L'improvviso ritorno del capofamiglia, riporterà infine l'equilibrio e l'onestà nella famiglia. Il lieto fine lancia così allo spettatore un messaggio di speranza: le amarezze, le miserie della guerra, il vuoto di valori, la dignità umana calpestata, si dissolvono, lasciando così al fruitore della commedia un senso di appagamento e identificazione  al contempo.

                                    
            
Proprio per rispolverare la sua memoria e la sua illustre carriera, la nuova collana promossa da Repubblica propone otto dvd in uscita in edicola a partire dal ventisette dicembre fino al 7 febbraio 2015; con Servillo possiamo dire che siamo di fronte a un nuovo De Filippo, la cui interpretazione, però, senza nulla togliere a quella fornita dal grande napoletano dei tardi anni ’40/50, si differenzia per la recitazione più tecnica e più accademica, ma non per questo meno efficace. La differenza tra i due si può così riassumere: de Filippo era più spontaneo ed emotivo nelle sue interpretazioni, Servillo si mostra invece, come accennato in precedenza, più tecnico.
Con Eduardo lo spettatore si trova di fronte a un uomo che ha messo insieme una raffinatissima arte recitativa, mai abbandonando però la dimensione popolare della propria drammaturgia.                     
 Il pubblico che va a vedere le sue commedie, nei momenti di silenzio che precedono la sua entrata, aspetta di vederlo recitare, poi si accorge che ha già cominciato a farlo e, quando comincia le battute, ha così l’impressione che non stia recitando più. Una magia che si rivive tuttavia anche con le interpretazioni di Servillo, la cui recitazione, come accennato poc’anzi, è però meno sentimentale; in molte scene infatti il pubblico, o almeno quello più attento e spigliato, nota che al nuovo attore napoletano, pur recitando anch’egli con grande maestria, manca tuttavia quella dose di sentimentalismo, quella recitazione passionale, che era meglio resa da Edoardo.Si pensi ad esempio alla celebre scena del caffè presente in Questi fantasmi, interpretata da De Filippo con grande ardore: quasi certamente, se Servillo avesse interpretato questo ruolo, lo avrebbe reso in maniera più “intellettualistica” e accademica, e dunque meno spontanea.
L’erede del grande attore napoletano, anche se con delle differenze (di cui si è accennato in precedenza) è capace, grazie alla sua magistrale interpretazione delle opere edoardiane, di trasportare il pubblico nella Napoli popolare, nelle vicende quotidiane e nei luoghi comuni dell’epoca. Servillo, nell’interpretare le commedie edoardiane, mostra una gran stima nei suoi confronti; le sue parole ne sono infatti una conferma
   «Le sue commedie ci parlano. Nei due testi messi in scena a distanza di dieci anni, Sabato, domenica e lunedì e Le voci di dentro, ravviso le due anime di Eduardo, due anime speculari: nella prima c’è il racconto affascinante di quanto vi può essere di drammatico nella banalità (l’apparente risentimento di Rosa e Peppino Priore sulla qualità del ragù), e come in un chiasmo, nella seconda Le voci di dentro, emerge prepotente il tema di come nell’ovvio possa nascondersi qualcosa di mostruoso. Due aspetti: uno declinato nella solarità della domenica, l’altro nel buio di un antro profondo come la coscienza sporca dell’uomo, illuminato dai fuochi d’artificio profetici e amarissimi di zi’ Nicola».
Lo spettatore guardando uno spettacolo di Servillo, rivive così quell’atmosfera, quei sapori e quegli odori tipici della Napoli di metà Novecento. In Sabato, domenica e lunedì, ad esempio, nella scena del litigio tra Rosa (Anna Bonaiuto) e Peppino (Toni Servillo), il napoletano si esercita alla maniera di Eduardo in scene e controscene, anche se con un pizzico di “rigidità” in più nella recitazione rispetto al modello.
L’attore, ottenuto il premio Oscar grazie al film di Paolo Sorrentino La Grande Bellezza (2013), è stato anche in grado di avvicinare al teatro anche i meno affezionati: non si spiegherebbe in altra maniera il suo strepitoso successo teatrale, cinematografico e televisivo. Probabilmente tale apprezzamento è dovuto al sodalizio Servillo-Sorrentino, titolare anche delle due regie (teatrale e televisiva) negli otto dvd di cui si diceva. Quello che Servillo ripropone, è un vasto repertorio che va da Le voci di dentro fino a Sabato, domenica e lunedì. Nelle sue interpretazioni, non mancano infine autori come Carlo Goldoni (con la trilogia della villeggiatura) e Pierre de Marivaux.
La grandezza di de Filippo si può riassumere con una delle sue ultime dichiarazioni dell’84 al teatro greco di Taormina:

« ... è stata tutta una vita di sacrifici e di gelo! Così si fa il teatro. Così ho fatto! Ma il cuore ha tremato sempre tutte le sere! E l'ho pagato, anche stasera mi batte il cuore e continuerà a battere anche quando si sarà fermato».

                                       

                                                                                                                                    Lavinia Alberti